Ultime della sera: “Enzo Tortora, storia di un uomo perbene”

Ossia come si può morire finendo negli ingranaggi di una giustizia ingiusta

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
21 Giugno 2022 18:40
Ultime della sera: “Enzo Tortora, storia di un uomo perbene”

“Meglio un colpevole fuori che un innocente in carcere”.

È uno degli insegnamenti che ho appreso da mio padre, che amava ripetere spesso questa frase. Era per lui un convincimento empirico, non supportato da studi giuridici, ma a cui è rimasto fedele fino ad oggi. Questo principio negli anni è cresciuto in me, come quelle malattie genetiche che generazione dopo generazione si amplificano fino a manifestarsi compiutamente.

Ho rivisto pochi giorni fa, il 17 giugno per la precisione - giorno in cui cadeva il triste anniversario - le immagini dell’arresto di Enzo Tortora.

Era il 1983 e io ero una ragazzina che si stava preparando agli esami di terza media. Rivedo come al rallentatore le sequenze che passarono in tv durante l’edizione del tg1 delle 13,30. Siamo su RaiUno, sembra incredibile ma è proprio quella stessa tv di stato che Tortora aveva servito per tutta la vita a sbattere il mostro dentro le case degli italiani con una violenza inaudita. Le manette che brillano sotto l’occhio indiscreto della telecamera sono un pugno nello stomaco. Seguito, a distanza di settimane, mesi e anni, da rabbia e dolore.

Il punto più basso toccato in quello che fino a quel momento avevamo considerato un Paese civile. Da allora il giustizialismo imperante di alcuni partiti e movimenti politici, a cui una certa stampa ha fatto da cassa di risonanza e che in questi quattro decenni ha avuto modo di manifestarsi spesso con efferatezza, è stata una piaga che ha seminato veleno, odio e distruzione. Perché ha sovvertito quel principio, sancito dal nostro sistema giudiziario e pilastro di qualsiasi società civile, per cui un cittadino è innocente fino a condanna definitiva.

Invece troppo spesso abbiamo assistito al suo contrario: sbatti il mostro in prima pagina al primo sospetto o avviso di garanzia e poi un trafiletto in ultima per comunicare l’archiviazione o l’assoluzione con formula piena.

Enzo Tortora era la persona più gentile della televisione italiana: entrava nelle nostre case in punta di piedi, con umiltà e lievità. Per questo non potevo credere a ciò che in quei giorni leggevo e alle assurdità che in seguito avrebbero detto su di lui. Da subito non ebbi mai un dubbio sulla sua innocenza e quel sesto senso che già faceva capolino a quell’età mi ha sempre guidato in futuro. Come a dire che, se ti imbatti in una brava persona, fidati delle tue sensazioni, non lasciarti fuorviare dal pregiudizio o dalla paura di rimanere fregato. Non ho mai derogato a questo principio, seppur apparentemente rischioso.

In quegli anni imparai non solo quanto la mala giustizia possa impattare in maniera devastante sulla serenità di una famiglia e sull’onorabilità di un uomo ma anche che la carcerazione preventiva è una delle misure più ingiuste e disumane che esistano. Che finire negli ingranaggi di una giustizia insana o deviata, che si regge sulle bugie di chi accusa (e qui ci sarebbe da aprire un altro capitolo sul fenomeno del pentitismo che se non si sa maneggiare con cura può fare solo danni) e sulla malafede di certi magistrati, può essere peggio che finire nelle maglie della mala sanità.

Quando Tortora rientrerà in tv, ormai riabilitato dopo anni di lotta estenuante e un dolore sordo nel cuore che non si esaurirà mai, esordirà con la famosa frase “dove eravamo rimasti?”, come a voler cancellare un passato recente che, sa benissimo intimamente, nessuno potrà mai cancellare. Ad un telespettatore che da casa interviene in trasmissione e che, non sapendo come appellarlo, gli chiede se può chiamarlo dottore, lui risponderà: “Mi chiami signore. Signor Tortora va benissimo. È molto più difficile che essere dottore, mi creda”.

Mi sono sempre chiesta cosa si provi a finire dentro un tritacarne di questo tipo. Deve essere qualcosa di simile ad un buio fitto, ad un lutto, ad un incubo da cui non esci svegliandoti. Un giorno sei una persona onesta, perbene, stimata, amata dalla gente, non hai mai ricevuto nemmeno una multa per divieto di sosta e il giorno dopo sei diventato un criminale. Senza appello, senza pietà. Sei finito tra le lamiere di una giustizia impazzita che ti fa a pezzi e non ci saranno i buoni a venirti a salvare perché i buoni sono quelli che ti accusano.

È a loro che la gente crede. La tua vita è distrutta, insieme a quella della tua famiglia. Hai ricevuto il suggello, Il marchio dell’infamia che ti spinge sempre più verso il girone infernale, quello dei traditori, dove coloro che consideravi amici non solo ti voltano le spalle ma contribuiscono a costruire questa narrazione che ti vuole delinquente, trafficante, camorrista. Proprio te, che sei lontano anni luce da questo mondo.

“Signori della Corte, io sono innocente, spero lo siate anche voi”. Queste parole, pronunciate da Tortora in Corte d’Assise e destinate a passare alla storia, saranno pietre in quel processo e in questa vicenda.

Tra i pochi intellettuali che lo difesero e che credettero nella sua innocenza mi piace ricordare Leonardo Sciascia. E Insieme a lui Marco Pannella e i radicali.

“Caro dottor Sciascia, sono Enzo Tortora. Ancora chiuso in questo tunnel assurdo, demenziale, basato sul niente. Io spero abbia ricevuto da Regina Coeli il mio commosso telegramma di ringraziamento. Lei ha visto con occhi profetici la tremenda realtà che mi imprigiona.”, scriverà all’intellettuale che più di ogni altro si è battuto contro la carcerazione preventiva. Ma cosa aveva scritto Sciascia?

“Il caso Tortora, scriveva Sciascia il 7 agosto 1983, è l’ennesima occasione per ribadire la gravità e l’urgenza del problema. Non mi chiedo “e se Tortora fosse innocente? Sono certo che lo è!”

Enzo Tortora morì di tumore pochi anni dopo, alla giovane età di 59 anni. Riuscì a vedere il suo nome riabilitato ma non ebbe il tempo di riprendere in mano la sua vita e lasciarsi la tossicità di quegli anni alle spalle.

Chi non crede ancora alla correlazione tra i traumi e la comparsa dei tumori troverà in letteratura scientifica un’ampia casistica, e il caso Tortora è uno di questi.

Martire della mala giustizia, e come lui tanti cittadini anonimi di cui non si sa nulla.

di Catia CATANIA

La rubrica Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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