Ultime della sera. Disastri & Successi

Effetti paradossali di alcuni dei più grandi fallimenti militari del recente passato

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
08 Settembre 2021 19:00
Ultime della sera. Disastri & Successi

Nel febbraio del 1915, a seguito dell’entrata dell’Impero Ottomano nella Grande Guerra (così si chiamò la prima guerra mondiale fino a quando non ne scoppiò una ancora più grande), la Gran Bretagna, con l’appoggio della Francia, tentò un’operazione anfibia allo scopo di forzare lo stretto dei Dardanelli, penetrare fino ad Istanbul per bombardarla, liberare di seguito il Bosforo ed accedere finalmente nel Mar Nero, ottenendo, in tal modo, l’immediata caduta di una delle tre capitali degli antagonisti Imperi centrali, la liberazione delle flotte mercantili battenti bandiere dei Paesi dell’Intesa, che vi erano rimaste bloccate ed, in definitiva, di ristabilimento del collegamento marittimo, attraverso il Mediterraneo, con l’Impero Russo, il terzo partner dell’alleanza che si opponeva alla coalizione Austro-ungarica-turco-tedesca.

L’impresa, passata alla storia come lo sbarco di Gallipoli, si risolse in un colossale disastro che costò la vita a mezzo milione di uomini, equamente ripartiti tra le due parti in conflitto: gli alleati dell’Intesa riuscirono in effetti a sbarcare, ma l’azione, mal condotta, coordinata e sostenuta, si arenò sulle falesie sovrastanti ove i turchi, efficacemente addestrati da ufficiali tedeschi ed animati da un amor patrio che sopravvisse al conflitto, determinando le sorti della futura Repubblica turca, opposero una strenua e non prevista resistenza.

Da parte britannica, il massacro colpì soprattutto le truppe australiane e neo-zelandesi, che vi ebbero il battesimo del fuoco; è un dettaglio che ricordo a beneficio di chi volesse approfondire la vicenda al cinema: il titolo principale rimane il tragico “Gli anni spezzati”, interpretato da un giovane Mel Gibson; più recente ‘The water diviner”, con Russel Crowe che interpreta un padre australiano alla ricerca dei 3 figli dispersi a Gallipoli.

Cambiando scenario, a chi si fosse trovato in Tunisia nell’aprile del 1943 sarebbe forse capitato di assistere alla scena, surreale, di soldati italiani e tedeschi scorazzanti a bordo delle caratteristiche jeep americane, un veicolo, bisogna dire, tutt’ora molto apprezzato dappertutto.

Si trattava di parte dell’ingente bottino di guerra della battaglia del passo di Kasserine, ove, come forse non tutti ricordano, si ebbe il primo vero contatto tra l’esercito degli Stati Uniti e le truppe dell’Asse italo-tedesco.

Contatto in cui le forze americane, più numerose e meglio armate ed equipaggiate, subirono una cocente sconfitta, che costò loro la perdita di 10.000 effettivi, tra morti, feriti e prigionieri, e di 1000 tra carri armati, altri cingolati ed altri veicoli: (tra cui le nostre famosissime jeep, trascrizione fonetica, pare, dell’acronimo G.P. – general purpose, ossia veicolo buono a tutto); gli italo tedeschi pagarono questo copioso bottino con un decimo delle perdite umane degli americani, rimettendoci appena 34 mezzi.

Venendo alle citazioni cinematografiche, questa battaglia, naturalmente, è ricordata da Hollwood solo di straforo: possiamo ricordare il B-movie ‘Il grande 1 rosso’ ma anche il notevole “Patton, generale d’acciaio”, del 1969, Oscar per la sceneggiatura, cui contribuì uno sconosciutissimo, allora, Francis Ford Coppola.

Quasi vent’anni dopo, nell’aprile del 1961, un corpo di spedizione paramilitare, formato da esuli cubani in Florida, fuoriusciti a seguito della rivoluzione e della presa di potere all’Avana di Fidel Castro, tentò di sbarcare a Cuba presso la ‘playa giron’; l’azione, organizzata dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, venne respinta dopo 3 giorni di furiosi combattimenti dalle forze del nuovo regime cubano. Al potere ancora oggi.

Dell’episodio, passato alla storia come ‘”lo sbarco della baia dei porci”, non mi viene in mente, guarda caso, trasposizione cinematografica alcuna.

Cos’hanno in comune queste 3 vicende storiche, sicuramente alquanto diverse l’una dall’altra, salvo il fatto di essersi tutte concluse in clamorosi disastri?

Personalmente mi ha molto colpito il destino dei tre personaggi che ne furono, rispettivamente, nel primo caso promotore e convinto sostenitore, nel secondo caso al comando del corpo di spedizione coinvolto e nell’ultimo caso vertice politico che ordinò e si assunse la responsabilità politica dell’operazione.

Alludo, nell’ordine, a Winston Churchill, all’epoca primo lord dell’Ammiragliato (carica equivalente a ministro della Marina), Dwight D. Eisenhower, all’epoca comandante del Corpo di spedizione U.S.A. in Africa e, naturalmente, a John Fitzgerald Kennedy, presidente pro tempore degli Stati Uniti d’America.

Oggi i primi due brillano nell’empireo dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale: la Patria britannica ne ha piazzato, del primo, in solenne ringraziamento, una statua in grandezza doppia del naturale sotto Westminster, mentre il secondo finì col diventare Presidente degli Stati Uniti; il terzo, che era già Presidente (succedendo proprio ad Eisenhower) all’epoca del fattaccio, oggi è assurto a vero proprio mito, e non solo politico.

Ma come andarono le cose, nell’immediato? Churchill resistette per un po' nel Gabinetto, poi ne venne estromesso, rientrandovi, però, sul finire della guerra, scegliendo di occuparsi dell’impiego di carri armati, sistema d’arma esordiente nel conflitto; la tragica vicenda di Gallipoli lo spinsero, anni dopo, da premier chiamato a guidare la Nazione attaccata da Hitler, a sconsigliare lo sbarco in Normandia, che però ebbe luogo.

Eisenhower, invece, appena un mese dopo la battaglia del passo di Kasserine, da comandante delle forze di spedizione USA in Africa che era fu nominato comandante di tutte le forze alleate nel teatro; un’altra promozione conseguì nemmeno 1 anno dopo, quando gli fu affidato il comando delle operazioni di sbarco in Normandia: carriera invero rapidissima, ove si consideri che, ancora nel febbraio del 1941, rivestiva appena il grado di tenente colonnello; la responsabilità della sconfitta di Kasserine fu attribuita al subalterno gen. Lloyd Fredendall, che venne sostituito dal molto più esperto e determinato Patton (come si vede nelle scene iniziali dell’omonimo film) e, nemmeno un mese dopo, il 9 maggio 1943, gli italiani, preceduti di qualche giorno dai tedeschi, sgomberarono la Tunisia per non tornarvi mai più.

Il caso di Kennedy merita considerazioni più attente: se è vero che il Presidente fu mal consigliato e pressato, è anche vero che non gli mancarono i pareri, espressi da autorevoli membri del suo staff, in particolare quelli di Schlesinger e Bundy, questi consigliere per la sicurezza nazionale, per dissuaderlo dall’operazione: costoro, a disastro avvenuto, furono addirittura infantilmente accusati, da Kennedy “di non aver insistito abbastanza”.

Ma, col senno di poi, l’esperienza della baia dei porci insegnò a Kennedy di non fidarsi più dei cosiddetti ‘falchi’, e questo gli permise, 1 anno dopo, di risolvere egregiamente la enormemente più delicata crisi dei missili a Cuba, originata proprio dal fallito sbarco alla baia dei porci, che aveva indotto Fidel Castro ad accettare, dall’Unione Sovietica, la fornitura di missili a testata nucleare da puntare sugli USA a nemmeno 90 chilometri di distanza dalla Florida: grazie a lui, il mondo non precipitò nel baratro della terza guerra mondiale, una guerra atomica, e, quindi, definitiva nel senso deteriore del termine (storia narrata benissimo nel film Thirteen days).

Quel che ne ricavo io, invece, dal resoconto di questi 3 episodi storici, è che gli anglo-sassoni tendono sempre ad imparare dai loro errori oltre al fatto, questo scontato, che il punto di vista dei posteri diverge sempre da quello dei contemporanei: chissà come sarà giudicato, tra 20 anni, l’odierno precipitoso ritiro dall’Afghanistan.

Per quanto riguarda, invece, il nostro disastro per antonomasia, quello dell’8 settembre del 1943, mi limiterò ad osservare che, in quel caso, nessuna divergenza è data cogliersi tra il giudizio di allora e quello di oggi (il film? Naturalmente 'Tutti a casa' di Luigi Comencini, interpretato da un immenso Alberto Sordi... sulle nostre tragedie noi italiani non solo ci giriamo film, ma ci ridiamo, sia pure amaramente, sopra).

di Danilo MARINO

La rubrica Le ultime della sera” è a cura della Redazione Amici di Penna.

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