L’Africa con la sua natura incontaminata, i ritmi lenti, i colori intensi. Poi c’è l’altra Africa, quella fotografata da Gaspare Bilardello nel romanzo “Il vento di Mbour” (Ventura Edizioni 2025, 213 pagine, 18 euro) presentato al teatro Garibaldi di Mazara del Vallo, città natia dell’autore. E’ un romanzo che scava nelle piaghe di una realtà spesso ignorata: quella dei bambini talibé in Senegal ed in altri territori africani. Attraverso la voce del protagonista, un ragazzino di nome Seydou, l'autore ci conduce all'interno di una daara (scuola coranica), trasformando una testimonianza sociale in un racconto di profonda umanità. La storia segue Seydou, la cui vita è segnata da una "esistenza di mendicanza forzata". Inviato dalla famiglia nella scuola coranica per ricevere un'istruzione religiosa, Seydou si ritrova prigioniero di un sistema dove la fede si intreccia ad uno sfruttamento e povertà.
I piccoli talibé, come Seydou, sono spesso costretti a mendicare per ore per consegnare una quota giornaliera al loro marabout (maestro), pena punizioni fisiche. Seydou descrive la sua vita come un cammino "senza grandi aspettative", focalizzato sulla pura sopravvivenza quotidiana. Il romanzo è presentato come un "viaggio emotivo" che dà voce a chi non ne ha, bussando alla coscienza del lettore occidentale. Il racconto si snoda tra incontri indimenticabili, deserti infuocati, città brulicanti e villaggi costieri, trasformandosi in una riflessione più ampia sulla dignità umana, la giustizia e la memoria.
Frutto di trent’anni di vita e lavoro dell’autore lungo le coste africane, il libro unisce verità e immaginazione, rendendo omaggio alle vittime di sistemi spietati che restano, però, custodi di una straordinaria voglia di vivere. La forza del libro risiede nella capacità di Bilardello di non cadere nel mero pietismo. Sebbene descriva condizioni igieniche inimmaginabili e sofferenza, il racconto mantiene una dignità poetica, simboleggiata dal "vento" che attraversa i villaggi e l'oceano.
La narrazione in prima persona permette un'immedesimazione totale con Seydou, rendendo tangibile il "prezzo che la vita ha chiesto di pagare" senza aver contratto debiti. In molte scuole urbane, specialmente a Dakar e Mbour, la tradizione si è trasformata in sfruttamento. I bambini devono raccogliere una quota giornaliera di denaro o cibo da consegnare al maestro; se non raggiungono la cifra, rischiano punizioni fisiche e maltrattamenti. Il romanzo funge anche da ponte tra la Sicilia (terra dell'autore, di Mazara del Vallo) e il Senegal, sottolineando come certi drammi umani non debbano avere confini.
E’ interessante leggerlo perché è un'opera necessaria per chiunque voglia comprendere le contraddizioni del Senegal moderno, dove una tradizione educativa secolare si è talvolta trasformata in una forma di schiavitù moderna. Il libro non è solo la storia di Seydou, ma il grido di migliaia di bambini che popolano le strade di città come Mbour e Dakar. Il contesto reale descritto da Gaspare Bilardello riflette una problematica sociale radicata in Senegal, dove si stima che almeno 50.000 bambini (talibé) siano costretti a mendicare quotidianamente per le strade.
I talibé vivono spesso senza accesso a acqua potabile, cure mediche adeguate o un'alimentazione nutriente. Molti sono "bambini fantasma", privi di documenti e lontani dalle famiglie per anni. Con questo romanzo, Bilardello onora le sue radici mazaresi e i suoi trent'anni di vita africana, gettando un ponte di parole sopra il Mediterraneo. Ci lascia con una consapevolezza amara ma preziosa: dietro i numeri e le statistiche dei talibé ci sono volti, sogni e una voglia di vivere che nessuna catena può spezzare.
Un libro necessario, che trasforma la testimonianza in poesia e il lettore in un testimone consapevole. Ha dialogato con l’autore Catia Catania. Ha letto alcune pagine del libro Virginia Bello.
Foto di Damiano Asaro
Salvatore Giacalone