Sono passati quarantacinque anni da quel pomeriggio del 7 giugno 1981 quando la terra tremò improvvisamente tra Mazara del Vallo e Petrosino, sconvolgendo in pochi minuti la vita di migliaia di persone. Un anniversario che non richiama soltanto il ricordo di un evento sismico che segnò profondamente il territorio, ma anche una lunga scia di interrogativi, polemiche, inchieste e problemi che ancora oggi non possono dirsi del tutto risolti. Erano da poco trascorse le 15 quando una violenta scossa, stimata tra magnitudo 4.8 e 5.0, colpì l'area. Nei giorni successivi seguirono altre scosse, fino a quelle più significative del 13 giugno, che alimentarono paura e incertezza in una popolazione già profondamente provata.
Fortunatamente non vi furono vittime. Ma il bilancio dei danni fu impressionante. A Mazara del Vallo circa 1.300 edifici furono dichiarati da demolire e oltre il 60% del patrimonio edilizio riportò lesioni (in foto edifici danneggiati nel centro storico). Furono colpiti alcuni dei simboli storici e religiosi della città: la Basilica Cattedrale, numerose chiese, il Palazzo Comunale, il Liceo Classico dell'ex Collegio dei Gesuiti e molti altri edifici di pregio.
Per molti mazaresi quel terremoto è rimasto nella memoria come il "sisma dimenticato". Meno devastante di quello del Belice del 1968, ma sufficiente a lasciare senza casa migliaia di famiglie. Secondo quanto denunciò il parlamentare mazarese Giuseppe Pernice nel volume "Perché non si ripeta il Belice..." (in foto la sua copertina), pubblicato nel 1986 dalla Camera dei Deputati, furono circa 10 mila i cittadini costretti ad abbandonare abitazioni distrutte o rese inagibili. Cinquemila persone trovarono rifugio nelle tende della Protezione Civile.
Da quel momento iniziò una seconda battaglia: quella per ottenere risposte dallo Stato. Una battaglia lunga e complessa, segnata da ritardi, proteste e tensioni sociali. Il 23 luglio 1981 oltre cinquemila persone sfilarono per le strade di Mazara del Vallo in uno sciopero generale promosso da Cgil, Cisl e Uil. La richiesta era chiara: evitare che la ricostruzione si trasformasse nell'ennesima promessa mancata, come stava accadendo nel Belice.
Pochi giorni dopo, il 28 luglio, arrivò il primo importante provvedimento governativo: 80 miliardi di lire, successivamente aumentati a 104, destinati alla ricostruzione. Ma quelle risorse si rivelarono presto insufficienti. Da qui nacque un nuovo percorso legislativo che culminò nell'approvazione della cosiddetta "Legge Pernice" del 1984.
Tra le conseguenze più evidenti del terremoto vi fu la nascita del quartiere Mazara Due. Ventiquattro miliardi di lire furono destinati alla costruzione di alloggi popolari per oltre tremila persone che avevano perso la casa. Una soluzione emergenziale diventata nel tempo una realtà urbana permanente, che ancora oggi presenta criticità sociali e strutturali.
Nel frattempo, presso il Comune veniva istituito l'Ufficio Terremoto, chiamato a gestire oltre tremila pratiche. Un lavoro destinato a protrarsi per decenni, attraversando cambi di amministrazioni, commissariamenti e continue verifiche burocratiche.
Ma la storia del terremoto del 1981 non si limita alla ricostruzione. Nei primi anni Novanta la magistratura aprì una vasta inchiesta sull'utilizzo dei fondi pubblici destinati alle opere post-sisma. Nel marzo 1993 scattarono quattordici arresti eccellenti che coinvolsero esponenti politici, funzionari comunali e dirigenti bancari. L'indagine era stata avviata anni prima dal magistrato Paolo Borsellino insieme al dirigente del Commissariato di Mazara, Rino Germanà, sopravvissuto nel settembre 1992 a un attentato mafioso sul lungomare Fatamorgana.
Quelle vicende finirono per intrecciarsi con una delle stagioni più drammatiche della storia siciliana, culminata nello scioglimento del Comune di Mazara del Vallo per infiltrazioni mafiose nell'ottobre del 1993. Eppure, a distanza di quasi mezzo secolo, il capitolo più controverso resta forse quello sulle cause del terremoto. Fu davvero un evento naturale?
La spiegazione ufficiale parlò di un movimento delle faglie africana ed euroasiatica nel Canale di Sicilia. Una dinamica geologica compatibile con la sismicità dell'area. Tuttavia, già all'epoca emersero dubbi e sospetti che non sono mai stati completamente dissipati. Molti collegarono il sisma ai lavori offshore per la realizzazione del metanodotto proveniente dall'Algeria e diretto alla centrale di Capo Feto. Altri puntarono l'attenzione sulle attività di prospezione geofisica effettuate proprio in quei mesi dalla nave norvegese Polar Bjorn per conto della Compagnie Générale de Géophysique e su commissione dell'Agip.
I parlamentari Giuseppe Pernice, Bartolomeo Spataro e Salvatore Giudice presentarono perfino un'interrogazione parlamentare ipotizzando che le tecniche di rilevamento utilizzate, il cosiddetto metodo "vaporchoc", potessero avere avuto un ruolo nell'innesco del fenomeno sismico. La risposta fornita dal Governo attraverso il ministro delle Partecipazioni Statali Gianni De Michelis non riuscì però a spegnere i dubbi. Nessuna conclusione definitiva, nessun chiarimento ritenuto realmente esaustivo da chi chiedeva certezze.
Ed è proprio qui che, quarantacinque anni dopo, il terremoto del 1981 continua a interrogare la memoria collettiva della città. Perché molte pratiche di ricostruzione hanno impiegato decenni per essere chiuse? Perché ancora oggi nel centro storico esistono edifici che portano i segni di quel sisma? E soprattutto: conosciamo davvero tutta la verità sulle cause che provocarono quelle scosse? L'ultima "Commissione Terremoto", insediata nel 2015 e conclusa nel 2019, ha cercato di mettere ordine a una vicenda amministrativa lunga quasi quarant'anni, recuperando risorse e chiudendo centinaia di pratiche. Ma il lavoro tecnico non basta a cancellare le domande rimaste senza risposta.
A quarantacinque anni da quel caldo pomeriggio di giugno, il terremoto di Mazara del Vallo non appartiene soltanto alla storia. Continua a vivere nelle case lesionate, nelle periferie nate dall'emergenza, nelle carte degli uffici pubblici e nei ricordi di chi vide la propria vita cambiare in pochi secondi. Le scosse sono finite da tempo. I misteri e le ferite, forse, no.
Francesco Mezzapelle