Mafia, a Marsala processo a Vito “Coffa”, capo dei presunti “postini” di Matteo Messina Denaro ancora “uccel di bosco”.

Redazione Prima Pagina Mazara
Redazione Prima Pagina Mazara
08 Settembre 2016 09:33
Mafia, a Marsala processo a Vito “Coffa”, capo dei presunti “postini” di Matteo Messina Denaro ancora “uccel di bosco”.

Rinviato l’inizio del processo al Tribunale di Marsala a carico di Vito Gondola, il 78enne capomafia mazarese arrestato il 3 agosto 2015 nell’operazione antimafia “Ermes”.

Nonostante i suoi problemi di salute, Gondola, conosciuto nell’ambiente come “Vito Coffa”, ed al quale erano stati concessi i “domiciliari”, era stato rinviato a giudizio. Per i giudici e i medici legali però l’imputato sarebbe in condizioni di stare in giudizio, di altro avviso il suo legale, l’avv. Walter Marino.

La misura cautelare nei confronti di Gondola è stata eseguita congiuntamente a militari dell’Arma dei Carabinieri in forza al R.O.S., le cui risultanze investigative avevano contribuito ad evidenziare il ruolo apicale in seno al mandamento mafioso di Mazara del Vallo dell’anziano uomo d’onore.

Le indagini svolte da investigatori del Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Palermo e Trapani, finalizzate alla cattura del super boss, latitante, Matteo Messina Denaro, rappresentano l’evoluzione investigativa degli esiti raggiunti con le operazioni “Golem I e II” prima ed “Eden I e II” poi, esperite dai medesimi Uffici di Polizia Giudiziaria.

In seguito all’esecuzione dei provvedimenti restrittivi emessi nell’ambito dell’indagine Golem II - marzo 2010 – che era focalizzata nel ricostruire la catena di supporto del latitante e di veicolazione delle sue comunicazioni, le attenzioni investigative si sono concentrate su quei soggetti che, per caratura criminale e ruolo assodato all’interno delle consorterie mafiose della provincia di Trapani, potessero succedere agli arrestati del tempo nella struttura di favoreggiamento del super boss latitante ritenuto il “capo dei capi di cosa nostra”.

Gondola è un personaggio da anni noto agli investigatori e certamente il personaggio di spicco tra quelli coinvolti nell’operazione “Ermes” volta a smantellare una rete di presunti “postini” del boss Messina Denaro. Dalle indagini (Dda, polizia e carabinieri) è emerso che lo smistamento dei “pizzini” avveniva in due masserie nelle campagne di Mazara e Campobello di Mazara, una di proprietà di Gondola, l’altra del salemitano Michele Terranova. Matteo Messina Denaro, sempre più solo, si sarebbe rivolto a Gondola dopo l'arresto della sorella Patrizia e del nipote Francesco Guttadauro. Le intercettazioni hanno svelato che era Gondola ad occuparsi della distribuzione dei biglietti. Destinatari: una rete di dieci persone. La masseria-ovile (in foto n.2) è stata tenuta sotto controllo con sofisticatissime telecamere sugli alberi e registratori sotto terra.

La trasmissione della riservata corrispondenza, per quanto emerso, avveniva con cadenza trimestrale e con modalità dettate dallo stesso latitante che, evidentemente al fine di scongiurare ogni possibile tentativo da parte degli investigativi di risalire la filiera di trasmissione dei pizzini, aveva deciso di evitare più frequenti contatti con i suoi accoliti.

Lo scambio dei messaggi avveniva in aperta campagna nell’occasione dei menzionati incontri tra gli indagati che pure in quelle occasioni usavano la massima accortezza nel linguaggio per riferirsi al latitante o alle dinamiche criminali sottese alle direttive da questi impartite mediante gli stessi riservati messaggi. (in foto n.1 ripreso dalle telecamere l'incontro nella masseria fra Vito Gondola e Michele Gucciardi).

Le investigazioni del Ros, infine, hanno consentito di meglio definire il ruolo di vertice di “Vito Coffa”, concretizzatosi nella risoluzione di controversie interne al sodalizio e nel capillare controllo del territorio finalizzato all’infiltrazione del tessuto economico locale, attraverso imprese di diretta emanazione dell’organizzazione criminale.Sono stati infatti documentati i suoi ripetuti interventi per dirimere contrasti inerenti la spartizione dei guadagni provenienti dalla realizzazione del parco eolico “Vento di Vino”, destinati anche al sostentamento del nucleo familiare dei Messina Denaro e dello stesso latitante.

Nello stesso contesto erano state eseguite 18 perquisizioni personali e domiciliari nei confronti di altri soggetti indagati a piede libero nell’ambito del medesimo procedimento penale. Inoltre era iniziate verifiche di natura finanziaria presso alcuni istituti di credito svizzeri ove si ritiene plausibile che alcuni indagati possano aver distratto somme di denaro finalizzate al sostentamento economico del latitante.

A sei dei personaggi coinvolti, lo scorso 2 maggio, il gup di Palermo Walter Turturici ha inflitto 80 anni di carcere (17 anni ciascuno al partannese Giovanni Domenico Scimonelli, al presunto capomafia di Salemi Michele Gucciardi e a Pietro Giambalvo, uomo “d’onore” di Santa Ninfa). Altri quattro, invece, sono imputati davanti il Tribunale di Marsala (presidente Sergio Gulotta, giudici a latere Moricca e Pierini). Sono Sergio Giglio, 46 anni, pastore pregiudicato di Salemi, Ugo Di Leonardo, di 74, ex geometra del Comune di Santa Ninfa, Giovanni Mattarella, di 50, genero di Gondola, e Leonardo Agueci, di 28, ragioniere, di Gibellina.

Dei quattro, solo Giglio è ancora in carcere. Di Leonardo è ai domiciliari, mentre Mattarella e Agueci, accusati “solo” di favoreggiamento, sono in libertà. A difenderli sono gli avvocati Carlo Ferracane, Celestino Cardinale, Giuseppe Ferro di Gibellina, Filippo Triolo, Walter Marino e Sebastiano Dara. Ieri, i periti incaricati della trascrizione delle intercettazioni hanno detto di non aver potuto completare il lavoro in quanto la Dda non ancora consegnato loro tutte le bobine con le registrazioni.

Il Tribunale ha, quindi, rinviato il processo al 5 ottobre.

In questi anni gli investigatori sono stati impegnati a "bruciare" la terra attorno al super boss (in foto n.3  ritratto di Matteo Messina Denaro in una vecchia foto-tessera) che per molti continua a rimanere nel "suo territorio" (consuetudine di un capo mafia tradizionale) nascosto chissà in qualche casolare o addirittura in qualche miniappartamento sapientemente celato nel centro urbano di una delle città della Provincia; non è escluso però che Matteo Messina Denaro viaggi e si sposti con tranquillità grazie ad un nuova identità fisica ed anagrafica.

Probabile è che Matteo Messina Denaro governi “cosa nostra” con la seppur vecchia ma sempre valida strategia del “divide et impera”, mezzo per difendere ed allargare i propri interessi; ai mafiosi di vecchio stampo avrebbe affidato il settore della “comunicazione interna” al fine di eludere i nuovi sistemi informatici utilizzati dagli inquirenti.

Anche in questo caso, come già sollevati in occasioni di precedenti maxi operazioni, però sorgono spontanei alcuni interrogativi: davvero non si riesce a braccarlo? Lo Stato ha posto gli uomini ed i mezzi necessari per arrestarne la latitanza? Sarà arrestato al momento giusto, cioè quando servirà (furono così gli arresti di Riina ed altri superboss) e forse al momento la sua latitanza risulta "funzionale" al potere costituito per distogliere l'attenzione dalle grandi manovre politico-economiche che stanno, pian piano, cambiando il volto del “Bel Paese”?.

Francesco Mezzapelle

09-09-2016 11,30

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