"La strada tra gli orologi" è il titolo del libro del mazarese Davide Calafato, cantautore e polistrumentista emergente cresciuto artisticamente a Bologna. Nella sua opera letteraria, Davide esplora il potere della narrazione intesa come un vero e proprio strumento di guarigione e crescita personale. Il libro non si presenta come un romanzo tradizionale ed è un invito rivolto a chi lotta per trovare la propria voce e a chi sente il bisogno di rimanere umano in un mondo di frammenti.
Di seguito, l'intervista integrale all'autore che ne svela la genesi e i temi portanti:
- Davide, cosa ti ha spinto a raccogliere questi frammenti e a dare loro la forma de “La strada tra gli orologi”?
Credo che questo libro sia nato da una domanda molto semplice: che cos’è davvero il tempo per una coscienza che vive? cosa ne faccio di questo tempo, in cui mi sento prigioniero? Per anni ho scritto questi frammenti: pensieri, poesie, racconti più o meno brevi. Per esplorare alcuni grandi temi che mi interessano particolarmente: l’origine della vita, fin dove potrebbe spingersi il genio umano, il rapporto tra l’uomo e ciò che potremmo chiamare il divino. A un certo punto mi sono accorto che tutti quei frammenti orbitavano attorno alla stessa intuizione: il tempo è una strada, ma anche una costruzione della nostra percezione. Così è nata La strada tra gli orologi. Gli orologi sono una metafora molto semplice: ogni essere vivente è un orologio.
Ognuno di noi possiede una quantità di tempo che scorre silenziosamente da quando nasce. E forse anche le orbite celesti sono degli strani ingranaggi. Che si creda o meno nella predestinazione, tutti stiamo attraversando una strada fatta di secondi, giorni e anni. Il libro è un tentativo di osservare quella strada da più prospettive possibili, come se la guardassimo da molte finestre aperte contemporaneamente.
- Definisci quest'opera non come un romanzo, ma come una 'mappa disordinata ma autentica', perché?
Perché la struttura del libro non è lineare. Non racconta una storia in modo tradizionale. Piuttosto mostra molte storie, molti pensieri, molte prospettive che convivono nello stesso spazio narrativo. Esistono però alcune figure che ritornano. Tra queste ci sono Penelope e Hinushiro. Hinushiro rappresenta il genio nella sua forma più pura: una coscienza che ha compreso tutte le leggi della scienza e dell’universo. È capace di attraversare dimensioni diverse, di ringiovanire senza perdere la memoria. Penelope, invece, è una divinità cosmica, immortale contemplatrice dell’universo. Il loro amore/scontro è il motore della narrazione Penelope si innamora di Hinushiro ma si trova davanti a un limite insuperabile: lui è umano, quindi prigioniero del tempo.
Così gli chiede qualcosa di impossibile: trovare un modo per uscire dal tempo stesso, per elevarsi alla condizione divina e poter essere amato per sempre. Hinushiro accetta. Il suo viaggio lo porterà nella sfera della consapevolezza, uno spazio ultradimensionale in cui l’anima vede simultaneamente tutte le proprie manifestazioni: passate, future e contemporanee. In quel luogo comprende che ogni possibile versione di sé esiste nello stesso momento. Anche la mia stessa vita, quella di Davide, è in quelle finestre. Per questo il libro è una mappa: perché non segue una linea narrativa unica.
È come osservare un mare senza tempo pieno di finestre luminose, ognuna delle quali mostra un frammento di coscienza che accade nello stesso istante.
- Tu parli del potere della narrazione come strumento di guarigione e crescita personale, potresti approfondire questo concetto?
La narrazione è uno dei modi più profondi con cui la coscienza tenta di comprendere se stessa. Le cose che viviamo spesso arrivano come caos: emozioni, eventi, cambiamenti. Ma quando iniziamo a raccontarle, succede qualcosa di curioso. La mente comincia a fare ordine. In questo senso raccontare non è solo un atto artistico. Significa interrogarsi su chi realmente siamo. Nel libro questa idea viene portata all’estremo: nella sfera della consapevolezza tutte le vite sono visibili contemporaneamente. È come se ogni esistenza fosse una storia che l’universo racconta per conoscere se stesso. E forse è proprio questo il potere della narrazione: permettere alla coscienza di guardarsi allo specchio.
- Essendo un musicista, come e se è cambiata la tua comunicazione dalla musica alla scrittura?
In realtà la scrittura è sempre stata presente nella mia vita, anche negli anni in cui dedicavo la maggior parte del mio tempo alla musica. Non sono mai state due strade separate: erano più che altro due modi diversi di esplorare. Per me le canzoni sono un'elaborazione di una speranza, un sogno, un amore, comunque di qualcosa che ha già acquisito una sua forma definita (anche se talvolta si rivelano, piuttosto, profezie). Scrivere un libro invece è un viaggio quasi completamente sconosciuto, in un mondo che si scopre gradualmente, anche allo scrittore stesso.
Io sento di imparare qualcosa dai miei personaggi, mi emoziono con loro mentre vedo le loro vite scorrere. Quindi in primo luogo cambia la comunicazione che ho con me stesso all’atto creativo. Ovviamente i testi pensati per essere messi in musica hanno dei limiti strutturali, devono essere necessariamente brevi, condensati. In pochi versi è molto difficile sviluppare riflessioni talvolta complicate come quelle che attraversano questo libro. Oppure dare il senso del non senso. Detto questo è chiaro che esiste una musicalità intrinseca della parola, che le due cose sono legate da e per sempre.
A tal proposito ho intenzione di unire le due dimensioni durante le presentazioni del libro. Oltre alla lettura di alcuni estratti accompagnata da musiche eseguite dal vivo, canterò anche alcune canzoni che ho scritto parallelamente alla stesura dell’opera.
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