“Una punta di Sal”. Quando la marineria di Mazara si oppose al progetto del polo siderurgico

Redazione Prima Pagina Mazara

Mazara del Vallo in un grande polo industriale attraverso un ambizioso progetto siderurgico rimane una delle pagine più controverse della storia economica siciliana. Sebbene oggi la città sia globalmente nota per il suo porto peschereccio e il Satiro Danzante, tra gli anni '70 e '80 il destino del territorio sembrò legato a un'imponente industrializzazione pesante. Riprendiamo l’argomento trattato il primo agosto del 2021 nella rubrica “Una punta di Sal” su sollecitazione di un paio di armatori che hanno voluto sottolineare il ruolo determinante della marineria per spegnere il progetto fin dalla nascita.

Si disse in quegli anni che sarebbe sorta una "cattedrale nel deserto" ed era vero se fosse nata l’industria siderurgica, che sarebbe stata “il quinto polo siderurgico d’Italia”. L'idea prevedeva la creazione di un complesso industriale nel territorio costiero mazarese vicino Torretta Granitola (vedi foto di copertina) che avrebbe dovuto affiancare i grandi centri nazionali come Taranto e Bagnoli. Il progetto mirava a diversificare l'economia locale, allora quasi esclusivamente dipendente dalla pesca, inserendo la Sicilia occidentale nei flussi della produzione di acciaio.

La pianificazione fu fortemente influenzata dalle dinamiche politiche della cosiddetta “prima Repubblica” ed in particolare dai deputati della DC nazionale e regionale. Erano previsti tra tecnici ed amministrativi ben 2000 posti di lavoro, investimenti per circa 100 miliardi delle vecchie lire. In prima linea gli andreottiani e i repubblicani. In tal senso il progetto fu veicolato come promessa di sviluppo e occupazione in cambio di consenso elettorale, s’intende, in un'area strategicamente importante.

Il coinvolgimento di colossi pubblici come l'allora Italsider (poi Gruppo ILVA) vedeva i vertici politici nazionali e regionali impegnati in questa complessa gestione di risorse e investimenti pubblici. A livello locale, il dibattito vedeva contrapposti chi vedeva nell'industria l'unica via per la modernizzazione e chi temeva la distruzione del tessuto agricolo e marittimo. Nonostante le ingenti somme stanziate e gli annunci ufficiali (tutto sulla carta), il polo siderurgico di Mazara non divenne mai una realtà operativa per diversi fattori: innanzitutto la crisi dell’acciaio che segnalava il mercato globale della siderurgia in un brusco rallentamento, rendendo antieconomica la creazione di nuovi centri produttivi, la mancanza di una visione a lungo termine e l'incapacità della politica di gestire correttamente il comparto industriale che portarono all'abbandono del progetto.

Infine, la crescente consapevolezza dei danni ambientali causati da poli simili, come quello di Taranto che alimentò resistenze che contribuirono allo stop definitivo. Oggi quel fallimento è ricordato come un esempio di "cattedrale nel deserto", un'opportunità mancata di sviluppo razionale che ha lasciato il posto a nuove inchieste e sfide politiche legate alla gestione delle risorse pubbliche e delle infrastrutture. La marineria di Mazara del Vallo ha giocato un ruolo determinante nel contrastare il progetto siderurgico, trasformandosi in un vero e proprio baluardo identitario contro l'imposizione di un'industria estranea alla vocazione storica della città.

Durante gli anni di queste grandi promesse industriali, come il polo siderurgico, i pescatori mazaresi non furono semplici spettatori, ma i principali oppositori di quella che veniva percepita come una minaccia esistenziale per il lavoro, per i circa 5000 lavoratori in mare (altri 10.000 erano a terra) grazie ai circa 400 pescherecci che attraversavano le acque del Mediterraneo. La marineria denunciò fin da subito il rischio di inquinamento delle acque costiere, essenziali per la riproduzione delle specie ittiche.

L'opposizione nasceva dalla consapevolezza che un polo siderurgico avrebbe compromesso irrimediabilmente l'ecosistema marino, distruggendo la risorsa principale della città: il pesce, frutto del massacrante lavoro in mare. La protesta si articolò attraverso scioperi del settore ittico e manifestazioni di piazza che videro scendere in strada non solo i lavoratori del mare, ma l'intera cittadinanza solidale. In quel periodo, i pescherecci rimasero in porto per diverse giornate in segno di protesta, bloccando l'economia locale per forzare la politica nazionale e regionale a riconsiderare i piani industriali.

Ed è successo anche che mentre i sindacati metalmeccanici e alcuni settori della politica premevano per l'industrializzazione, le cooperative e le associazioni di categoria si fecero portavoce di un modello di sviluppo basato sulla valorizzazione delle risorse locali e sulla "blue economy" con lo slogan "Lavoro e Ambiente". Il cuore della protesta fu proprio il rifiuto del "dilemma di Mazara": la scelta forzata tra il lavoro in fabbrica e la salute dell'ambiente. La marineria rivendicò la dignità del proprio mestiere, rifiutando di barattare il futuro del porto con posti di lavoro precari in un'industria pesante di cui si intravedevano già le prime crisi globali.

Questa resistenza corale fu fondamentale per delegittimare il progetto agli occhi dell'opinione pubblica, non solo locale ma anche regionale e nazionale. Poi, come sappiamo, negli anni la marineria mazarese si è dimostrata un colosso d’argilla.

Salvatore Giacalone