“Una punta di Sal”. La stagione d'oro del ‘700 mazarese: oltre il mito di Tommaso Sciacca

Redazione Prima Pagina Mazara

Nel panorama storico-artistico di Mazara del Vallo, il Settecento rappresenta un secolo di straordinario fermento, una stagione in cui il mecenatismo dei Vescovi e degli ordini religiosi trasformò la città in un cantiere d'avanguardia. Se nell'immaginario collettivo il secolo d'oro si identifica quasi esclusivamente con il genio autoctono di Tommaso Sciacca (1734–1795) – il cui Trionfo di San Michele nella Chiesa di San Michele Arcangelo (vedi foto) rimane una pietra miliare della pittura tardo-barocco, la storia impone di allargare lo sguardo.

Quando si evoca il profilo artistico di Mazara del Vallo, la mente corre immediatamente alle volumetrie frontali di Pietro Consagra o al realismo espressionista di Salvino Catania. Esiste tuttavia una cortina storica, densa e finissima, che merita di essere sollevata: quella che avvolge i maestri del Settecento e dell'Ottocento. Il fulcro di questa rinascita storiografica è appunto Tommaso Maria Sciacca, definito dalle cronache del tempo come un talento puro. Sciacca rappresenta l'anello di congiunzione perfetto tra la magniloquenza del tardo-barocco e il rigore geometrico del Neoclassicismo.

Lo ha studiato a fondo la docente mazarese Lorena Sferlazzo che ha scritto un libro sulla vita e il percorso dell’artista e la docente Beatrice Cunsolo che ha presentato il 12 gennaio del 2024, lo studio sul pittore nella chiesa San Michele, una presentazione voluta dall’Accademia Selinuntina di scienze, lettere e arti di Mazara.

L’anno di grazia di Sciacca a Mazara è il 1766. Entrando nella Chiesa di San Michele Arcangelo, il visitatore viene rapito dal Trionfo di San Michele su Lucifero, un affresco monumentale dominato da una tensione drammatica in cui il demonio, sconfitto, assume le sembianze plastiche di un titano ribelle. La sua tecnica raffinata lo porterà lontano dall'isola: dipingerà a Palazzo Ruspoli a Roma e, negli ultimi anni di vita, lascerà capolavori persino nella Polonia centrale, a testimonianza di una fama di respiro europeo.

Accanto a Sciacca, operarono a Mazara del Vallo le più grandi pennellate del Settecento isolano, lasciando un patrimonio diffuso che unisce Palermo e Trapani in un unico linguaggio visivo.Il vero co-protagonista di questa stagione è Domenico La Bruna (1699–1763). Il pittore trapanese trovò a Mazara il terreno ideale per esprimere la sua pittura ariosa, debitrice della grande tradizione decorativa romana. Il suo legame con la città è indissolubile e ha il suo baricentro nel monumentale Collegio dei Gesuiti. Oggi una sala porta il suo nome all'interno del polo museale. La Bruna non si limitò alla decorazione civile: le sue pale d'altare e i suoi oli, sparsi tra la Cattedrale e i monasteri di clausura, mostrano una sapiente gestione dei chiaroscuri.

A testimoniare l'importanza della piazza mazarese nel '700 vi è il maestoso gruppo marmoreo della Trasfigurazione (1535-1537) situato nell'abside della Cattedrale del Santissimo Salvatore, un capolavoro assoluto del Rinascimento siciliano, commissionato ad Antonello Gagini e completato dal figlio Antonino Gagini. Ed ancora lo straordinario apparato decorativo barocco e rococò all'interno della Chiesa San Francesco D’Assisi , opera di Giovanni Battista Scannatella, mentre il ricchissimo apparato plastico di stucchi e putti è attribuito alla bottega degli Orlando.

Come si vede, il Settecento a Mazara del Vallo non è stato l'assolo di un singolo artista, per quanto immenso come lo Sciacca, ma un concerto a più voci. Completato dalle opere devozionali di maestri come Giuseppe Felici, oggi custodite nel Museo Diocesano e cioè”l Transito di San Giuseppe”, un grande dipinto a olio su tela (databile tra il XVII e il XVIII secolo) e la Madonna di Trapani tra i Santi Pietro e Paolo, olio su tela del XVIII secolo che rientra in un ciclo di dipinti raffiguranti storie mariane originariamente realizzato per il Santuario di Maria santissima di Custonaci.

Il Settecento mazarese si congeda così dalla storia, anche se c’è molto altro, lasciando dietro di sé un'eco di pietra calcarea che si accende d'oro al tramonto. Tra le volute barocche dei palazzi e il silenzio solenne delle navate della Cattedrale, la città seppe fondere l'opulenza nobiliare con l'anima del suo mare. Un secolo fastoso e teatrale, che prima di cedere il passo alla modernità ha impresso sul volto di Mazara del vallo un'eleganza eterna, sospesa per sempre tra la devozione della fede e la brezza del Mediterraneo.

Salvatore Giacalone