"Una punta di Sal". Il cammino di pace di Mazara del Vallo. Dalle ferite della storia ai conflitti del mondo moderno

Redazione Prima Pagina Mazara

Mazara del Vallo vive i giorni intensi del Festino di San Vito. Oggi ultimo giorno con l’imbarco del Santo. Quest'anno, il tema conduttore "Un cammino di pace nella storia della Città di Mazara" impone una riflessione che supera i confini del nostro territorio. In un momento storico drammatico, segnato da conflitti sanguinosi in Ucraina, in Medio Oriente e in tante periferie del pianeta, la festa patronale smette di essere una semplice celebrazione locale per diventare un grido universale di speranza.

Per comprendere la forza di questo messaggio, dobbiamo guardare indietro. La Mazara che oggi ammiriamo come modello di integrazione non è nata nella quiete. E’ stata per secoli un teatro di guerre feroci, assedi e invasioni. Dall'827 d.C., con il drammatico sbarco delle truppe saracene, fino ai sanguinosi scontri normanni sotto le mura con il generale Mokarta, Mazara ha conosciuto il trauma profondo dell'invasione e della dominazione. Le ferite dei conflitti geopolitici del passato sono impresse nelle nostre pietre.

Questo passato violento ci unisce drammaticamente ai popoli che oggi soffrono sotto i bombardamenti. Il trauma che Mazara ha vissuto nei secoli scorsi è lo stesso che oggi devasta le città ucraine o i territori del Medio Oriente. Anche la figura stessa di San Vito, giovane martire ucciso dall'oppressione dell'Impero Romano per non aver piegato la testa alla logica della forza, diventa il simbolo di tutti i civili innocenti e dei giovani i cui sogni vengono spezzati dalle guerre odierne.

Ma la vera lezione di Mazara sta nel "dopo". La città non è rimasta prigioniera del rancore storico. Ha saputo trasformare le cicatrici dei conquistatori in ponti culturali, dando vita, per esempio, alla Kasbah, un luogo dove la convivenza tra cristiani e musulmani è realtà quotidiana. Questo è il messaggio che Mazara lancia ai popoli oggi divisi dall'odio: se la ricostruzione e il dialogo sono stati possibili qui, dopo secoli di sangue, possono e devono essere possibili anche su scala globale.

Il Festino di San Vito 2026 non è dunque una fuga dalla realtà, ma un impegno concreto. Il "cammino di pace" della nostra storia ci ricorda che la pace non è l'assenza di guerra, ma una scelta disarmata da fare ogni giorno. Mazara, antica frontiera di scontro, si conferma oggi faro di civiltà, dimostrando al mondo che le armi distruggono i confini, ma solo l'accoglienza costruisce il futuro.

Ma su questi conflitti di ieri e di oggi: se a morire è sempre l'uomo, cosa è cambiato davvero? Dietro ogni numero statistico di una guerra si nasconde lo stesso identico dramma: una famiglia spezzata, un futuro cancellato e la fine brutale di un'esistenza. Sotto questo aspetto puramente emotivo, la morte non ha tempo e non conosce modernità. Tuttavia, affermare che i conflitti non siano cambiati solo perché l'esito letale è il medesimo significa ignorare una spaventosa evoluzione strutturale. Tra le trincee della prima metà del Novecento e i teatri di guerra contemporanei esistono differenze radicali che ridefiniscono il concetto stesso di mortalità.

Nel secolo scorso la guerra si combatteva prevalentemente lungo linee di confine e fronti definiti tra eserciti regolari. Oggi il concetto di "fronte" è evaporato e i conflitti si sono quasi interamente urbanizzati. Se nella Prima Guerra Mondiale il 90% dei morti apparteneva ai corpi militari, nei conflitti odierni la proporzione si è invertita, registrando una percentuale di vittime civili che spesso supera l'80-90%. Ieri si moriva nel corpo a corpo, sotto il fuoco di artiglieria o nei bombardamenti a tappeto che richiedevano una presenza fisica massiccia. Oggi la morte viene spesso somministrata a distanza tramite droni, missili ipersonici e intelligenza artificiale. Chi preme il grilletto digitale si trova a migliaia di chilometri di distanza, riducendo l'essere umano da abbattere a un semplice punto su uno schermo.

Il vero nucleo della questione non è dunque l'atto finale del morire, ma la sofisticazione e la giustificazione dei mezzi per ottenerlo. Ieri si moriva per ideologie totalitarie e confini nazionali; oggi si muore per interposta persona in guerre asimmetriche, per il controllo di risorse invisibili o per calcoli algoritmici. L'evoluzione tecnologica ha reso la guerra più efficiente, ma non meno barbara. Se la carne che si lacera è sempre la stessa, la responsabilità morale della modernità è ancora più grave: abbiamo perfezionato gli strumenti della distruzione senza aver fatto un solo passo avanti nella cultura della convivenza. Il contributo di Mazara per la pace nel mondo, tema del Festino, è un contributo ma anche un impegno nel segno del giovane Vito.

Salvatore Giacalone