Un nonno e un nipote legati dall'amore per il mare. Una storia mazarese
“Il maggio del 1979 non fu per me solo la fine della scuola e l’inizio delle vacanze: fu l’inizio di una vita. Avevo undici anni quando accettai la proposta di mio nonno Pasquale Gancitano, per tutti “Chiacchiteddru”, di seguirlo per mare. Lasciai i giochi, gli amici e il divertimento spensierato dell’infanzia per salire su una piccola barca e imparare, giorno dopo giorno, il mestiere del pescatore. Non sapevo ancora che quella scelta avrebbe segnato profondamente il mio carattere, il mio futuro e il modo di guardare il mondo, la mia vita. Tra il profumo del mare, il silenzio delle albe, i racconti di guerra e i gesti antichi della pesca, mio nonno non mi insegnò solo un lavoro, ma una lezione di vita fatta di rispetto, sacrificio e amore”.
Così Battista Giacalone inizia il racconto del legame profondo con suo nonno Pasquale (in foto a dx a bordo del suo motorino), un’eredità che il tempo non è riuscito a cancellare. “Mio nonno Pasquale Gancitano “Chiacchiteddru” era una ex comandante di barca a vela da pesca che andava “a li muntagni” e pescava acciughe e sarde. Era già in pensione da qualche anno quando mi ha fatto la proposta di andare in mare con lui, con la sua piccola barca di 6 metri con un motore 14 cv.
Andava a “conso”, palamito. Così decisi di privarmi del divertimento estivo per stare con mio nonno, gli amici li vedevo quando non si usciva per cattivo tempo. Da lì imparai piano piano il mestiere del “consiaturi”. Prima di partire per l’attività di pesca, andavamo a vedere come era il tempo, andavamo a Tonnarella, nel tratto di costa ove attualmente c’è la centrale del metano. Mio nonno guardando come l’onda si infrangeva su questa scogliera, capiva se c’era buon tempo per uscire a pesca.
A pesca ci portavamo il “companaggio” da casa, lui sempre formaggio e olive nere, ed io invece pane, prosciutto, pomodoro, pane cunsato etc.. Si usciva alle 4 del pomeriggio, la barca era ormeggiata sotto il primo ponte vecchio sul fiume Mazara e ci portavamo sul luogo di pesca dopo un ‘ora e mezza di navigazione. Ci ancoravamo con l’angamo (attrezzo da pesca formato da due semicerchi di ferro). Aspettavamo che si facesse buio per iniziare a “ristiddriari” (andare a traino con l’angamo) per prendere il gamberetto vivo.
In quelle lunghe attese mio nonno mi raccontava la sua storia, ad soprattutto di quando era stato in guerra. Ad esempio, mi ha raccontato che mentre si trovava a bordo di un torpediniere si è buttato da sopra la prua per salvare un gatto che era finito in mare; il comandante della nave notando il suo gesto gli ha dato una licenza premio per alcuni giorni. E’ stato preso pure prigioniero. Pescavamo gamberetto, cicalette, pesce piccolo. Il gamberetto ci serviva come esca per il “conso”.
Quando le carteddre di conso erano già escate ci mettevamo “a la via”. Con lo scandaglio a mano vedeva il fondale che gli piaceva mollava il “conso”, prendevamo saraghi, orate, spigole, prai, luvari. La cosa più bella che colpiva che quando tirava il “conso”, sentiva a distanza di ami che vi era il pesce e mi faceva preparare “lu coppu”. Era solito in queste circostanze aggiustarsi la coppola in fronte, un rituale di preparazione per tirare il pesce a bordo. Appena si finiva si rientrava intorno alle ore 9-10 del mattino in porto per fare la vendita, “a la marina”, piazzetta dello scalo.
Una volta venduto il prodotto. Andavamo ad ormeggiare la barca sotto il ponte e preparavamo il “conso” per la sera successiva. Andavamo a pranzo e poi a dormire e nel tardo pomeriggio si ripartiva per un’altra battuta di pesca. Mi piaceva stare con mio nonno. Andavo con lui sul suo motorino, incontravamo gli altri pescatori e conoscevo diverse storie di pesca. Tutte le estati fino a quando non sono partito per il militare ho lavorato con mio nonno. Sono tornato a lavorare con lui anche dopo il congedo.
In quel periodo ho preso la patente e stavolta ero io a portare mio nonno con me, in auto".
Battista Giacalone (in foto a dx) ricorda l'ultimo periodo nel quale lavorava con il nonno e gli anni successivi. "Fino alla fine degli anni 80 ho lavorato con lui. Poi mi sono imbarcato con i pescherecci d’altura. E' stato un distacco “doloroso”. Lui però mi ha invogliato ad andare a lavorare sulle grosse barche di pesca con le quali ancora si guadagnava bene. Nel 1996 purtroppo mio nonno è venuto a mancare, per me è stato come un secondo padre (mio padre lo vedevo poco e niente per motivi di lavoro, anche lui faceva il pescatore a bordo di motopesca).
Ho pianto tantissimo la sua morte, fra i nipoti sono stato quello che l’ho seguito nel lavoro, mi piaceva stare con lui. Era molto legato a me e gli piaceva molto insegnarmi il mestiere del pescatore e, devo dire, che vi è riuscito. Fino al 2007 ho lavorato con pescherecci d’altura, tante storie, anche pericolose, vedi due sequestri in Tunisia, a Biserta e Tabarka. Poi, vedendo anche la crisi della pesca, mi sono imbarcato sulle navi commerciali, fino ad a oggi, a pochi mesi dalla pensione. Il ricordo di quell’uomo è però rimasto indelebile, i suoi insegnamenti valgono sempre, anche in un altro tipo di lavoro, il rispetto degli altri, per il mare, lo spirito di sacrificio, il valore della famiglia.
Grazie a mio nonno ho capito l’importanza del denaro guadagnato con il lavoro; a 15 anni ho realizzato un piccolo sogno, un classico per un adolescente, quello di acquistare un motorino, mi comprai un “Piaggio Bravo” che mi costò 950mila lire, soldi guadagnati andando a pesca un’intera estate con lui. Ancora oggi custodisco gelosamente il motorino di mio nonno anche se non funziona più".
Infine il 57enne lancia un messaggio alle nuove generazioni: "ai giovani di oggi, spesso distratti dai piaceri materiali, dico che bisogna godersi i propri nonni e genitori, bastano piccoli gesti quotidiani per conservare bei ricordi, indimenticabili. Spesso ce me accorgiamo quando è tardi, quando le persone attorno a noi vengono a mancare, per non parlare dell’importanza di qualche bella parola come un semplice “ti voglio bene”, avrei voluto dirlo anch’io a mio nonno…"
Francesco Mezzapelle