Mazara, la mostra fotografica "Cartografie Umane" nell'ex Chiesa San Carlo Borromeo

Redazione Prima Pagina Mazara

"Cartografie Umane - Mappe sensibili tra luoghi, tracce e attese". Questo il titolo della mostra fotografica inaugurata nei giorni scorsi presso il Complesso dell’ex Chiesa San Carlo Borromeo di Mazara del Vallo. La mostra è il risultato di un laboratorio fotografico, organizzato dall'Associazione Corda, nell’ambito del progetto “Living Mazara” promosso dal Comune con il sostegno di ANCI e con il supporto di STEP. "Cartografie Umane" nasce da un’esperienza collettiva di osservazione e attraversamento del territorio, sviluppata all’interno di un workshop curato dall’Associazione Corda e guidato dal fotografo siciliano Fabio Florio in collaborazione con Laura Gullotta. Circa un centinaio le foto esposte, scattate dai diversi partecipanti al laboratorio che ritraggono momenti di vita quotidiana nel centro storico mazarese, nella cosiddetta “kasbah”, e nella zona del porto canale, la zona della vecchia marina.

I rappresentanti dell'Associazione Corda, Carlo Roccafiorita, Riccardo Pizzo, Selene Giubilato, così presentano la mostra: "Nell'immaginare un percorso capace di riattivare il complesso di San Carlo Borromeo, è stato chiaro fin da subito che questo processo sarebbe iniziato da una riflessione sull’identità dei luoghi, dalla percezione del contesto e dalla lettura delle sue stratigrafie sociali, urbane e culturali. Come potrebbe, altrimenti, costruirsi un nuovo senso di appartenenza attorno a uno spazio sconosciuto, se non allenando lo sguardo, imparando a cogliere luoghi e persone nella loro rivelazione più autentica e incondizionata? Abbiamo scelto di promuovere un laboratorio di fotografia perché crediamo che saper osservare significhi, prima di tutto, saper riconoscere le realtà che abitiamo, nelle loro molteplici dimensioni.

Allora anche la strada è un fiume, le tende un varco, il lampione un guardiano del tempo che passa. È in questi slittamenti di senso che il segreto dei luoghi, che continuamente ci sfugge e che inseguiamo con ogni mezzo, si manifesta per un istante, resta tra noi, e si trasforma in materia per una nuova narrazione. Fabio Florio, dopo aver introdotto tecniche, strumenti e metodi di lettura fotografica, ci ha accompagnato all’interno di queste cartografie. La mostra, con la co-curatela di Laura Gullotta, si propone come un punto zero, una delle fessure da cui è possibile intravedere un frammento di futuro collettivo a ricordarci che non esistono luoghi impossibili, ma comunità da organizzare". 

Le fotografie della mostra sono state selezionate in un catalogo. "Questa ricerca collettiva di osservazione e ascolto del territorio -sottolinea Fabio Florio- ha attraversato luoghi, margini e presenze, alternando camminate, soste e momenti di confronto. Le fotografie non nascono come semplice documentazione, ma come tentativi di lettura: frammenti, distanze, attese e segni dell’abitare che, messi in relazione, costruiscono una mappa sensibile del contesto esplorato. Ogni immagine è il risultato di uno sguardo che si è fermato, ha scelto una distanza e ha lasciato che fosse il luogo a parlare. Ne emerge un racconto corale fatto di differenze, silenzi e punti di contatto, dove il paesaggio diventa esperienza condivisa e la fotografia uno strumento di relazione. La mostra e il presente catalogo raccolgono una selezione di questo percorso".

"Il lavoro -spiega Laura Gullotta- si è concentrato sul quartiere attorno all’ex chiesa di San Carlo, esplorando i segni, le relazioni e le trasformazioni che ne definiscono l’identità. Le fotografie in mostra sono il risultato di una selezione ragionata che parte dall’insieme delle immagini emerse durante il workshop: un lavoro di rilettura collettiva da cui sono emerse relazioni, tensioni e risonanze. Le immagini non sono intese come opere autonome, ma come tracce di uno sguardo condiviso, elementi di una costruzione corale in cui la pluralità dei punti di vista genera una cartografia sensibile, aperta e in divenire. Anche l’allestimento riflette questa stessa metodologia di lavoro: i diversi apparati espositivi introducono tempi e modalità di visione differenti, invitando il visitatore a muoversi nello spazio, a modulare la distanza, a sostare.

Il percorso non è lineare: il ritmo emerge dai formati, dagli accostamenti e dai vuoti, suggerendo relazioni piuttosto che imporre gerarchie. Superfici e supporti essenziali conservano volutamente una dimensione di studio e di archivio temporaneo. Le fotografie appaiono come materiali in dialogo, disposte per essere guardate insieme, messe in relazione, come se lo spazio espositivo fosse anche uno spazio di lavoro condiviso. In questo senso, Cartografie Umane funziona come un dispositivo di lettura collettivo, in cui la combinazione degli sguardi aiuta a costruire una nuova geografia fatta di frammenti, prossimità e distanze misurate.

Qui la fotografia diventa strumento di ascolto e di relazione: un modo per orientarsi nel territorio e, allo stesso tempo, per interrogare il proprio modo di guardarlo".

Francesco Mezzapelle