Beni confiscati alle mafie, la Sicilia migliora ma resta sotto esame. Il report “RimanDATI”di Libera

Redazione Prima Pagina Mazara

La trasparenza sui beni confiscati alle mafie fa un deciso passo avanti, ma la Sicilia continua a presentare zone d’ombra. È la fotografia restituita dalla quarta edizione di “RimanDATI”, il report di Libera dedicato alla trasparenza degli enti territoriali nella gestione dei patrimoni sottratti alla criminalità organizzata. Un’indagine che non si limita a contare quanti Comuni pubblicano gli elenchi dei beni confiscati, ma prova a capire quanto quei dati siano realmente accessibili, leggibili e utili ai cittadini.

A livello nazionale il miglioramento è evidente. Dei 1.174 Comuni monitorati, 938 pubblicano sul proprio sito l’elenco degli immobili confiscati: il 79,8%, contro il 62,1% della prima ricognizione della quarta edizione. Sono ancora 236, tuttavia, gli enti che non risultano in regola. Il dato è il risultato anche dell’attività di monitoraggio civico: dopo una prima verifica, Libera ha inviato agli enti inadempienti una richiesta di accesso civico semplice, ottenendo la pubblicazione o l’aggiornamento delle informazioni da parte di altri 209 Comuni.

Nell’Isola sono stati presi in esame 208 Comuni destinatari di beni confiscati. Di questi, 158, pari al 76%, pubblicano l’elenco sul proprio sito istituzionale, mentre50 Comuni, il 24%, risultano ancora inadempienti. Un risultato comunque migliore rispetto alle precedenti rilevazioni e che dimostra come la pressione esercitata dal monitoraggio civico possa produrre effetti concreti.

Ma il problema siciliano non si esaurisce nella semplice presenza o assenza dell’elenco. Quando si passa dalla quantità alla qualità dell’informazione, infatti, l’Isola resta indietro. L’indice elaborato da “RimanDATI” assegna ai Comuni siciliani 49,5 punti su 100, contro una media nazionale di 56,2. La Sicilia risulta così la regione con il valore medio più basso insieme al Trentino.

È proprio questo il punto sul quale occorre soffermarsi. Pubblicare un elenco non significa automaticamente garantire trasparenza. Un dato disperso tra le pagine di un sito istituzionale, difficile da trovare, incompleto o pubblicato in un formato poco utilizzabile può formalmente soddisfare un obbligo, ma non necessariamente il diritto dei cittadini a conoscere come viene gestito un patrimonio che è stato sottratto alle organizzazioni criminali e restituito alla collettività.

Da patrimonio mafioso a bene comune. Il tema, dunque, va ben oltre la burocrazia. Un immobile confiscato non è soltanto un bene che cambia proprietario dopo una sentenza: rappresenta un pezzo di territorio che può essere restituito alla comunità per finalità sociali, culturali, educative, assistenziali o produttive. Per questo conoscere dove si trova un bene, quale sia la sua consistenza, quale destinazione abbia ricevuto, chi lo gestisca e per quanto tempo rappresenta una condizione essenziale per consentire ai cittadini di controllare, proporre e partecipare.

La stessa ricerca evidenzia che, tra gli enti che pubblicano i dati, il 95% rende disponibili informazioni catastali e ubicazione, mentre il 96% indica la tipologia dell’immobile. Cresce anche l’attenzione verso il riutilizzo sociale: il 73% degli enti pubblica i dati relativi ai concessionari che gestiscono i beni. Ancora insufficiente, invece, è l’informazione sulla durata delle concessioni, indicata soltanto dal 58% degli enti.

E in Sicilia resta un problema anche regionale. Il report segnala inoltre una criticità che riguarda direttamente l’amministrazione regionale siciliana. Tra le sei Regioni destinatarie di beni confiscati, Sicilia, Lazio e Calabria risultano inadempienti, perché non pubblicano l’elenco oppure lo rendono disponibile con modalità che non vengono considerate valide ai fini del monitoraggio. Anche sul fronte degli enti sovracomunali emerge una situazione particolare: tra le dieci Province e Città metropolitane interessate, la Provincia di Messina è l’unica a non pubblicare gli elenchi. E c'è un ulteriore elemento che merita attenzione: tra i Comuni siciliani ancora inadempienti nel report di Libera figura anche Mazara del Vallo, insieme a realtà come Erice, Favignana, Menfi, Modica, Messina, Cefalù, Giarre, Lipari, Niscemi, Pachino e altri centri dell’Isola.

Il Comune di Mazara del Vallo dispone di un Ufficio gestione beni confiscati alla mafia, inserito nel 3° Settore – Servizi alla città e alle imprese. Tra le sue competenze figurano esplicitamente la gestione dei beni confiscati, la loro assegnazione e la collaborazione con altri enti per il loro utilizzo. Il punto più delicato riguarda però la pubblicazione dei dati. L’articolo 48, comma 3, lettera c) del Codice antimafia impone agli enti destinatari di formare un elenco dei beni confiscati trasferiti al proprio patrimonio e di renderlo pubblico in modo permanente sul sito istituzionale.

L’elenco dovrebbe indicare consistenza, destinazione e utilizzazione del bene e, quando viene assegnato a terzi, anche concessionario, estremi, oggetto e durata della concessione. L’ANBSC ribadisce espressamente questo obbligo. Dalla ricerca sul portale istituzionale del Comune non emerge, almeno nelle pagine indicizzate e facilmente accessibili, una pagina strutturata e aggiornata denominata “Elenco beni confiscati” contenente l’insieme dei beni, la loro destinazione e gli eventuali assegnatari, nel formato previsto dall'articolo 48.

Il sito comunale evidenzia invece singole operazioni attraverso comunicati stampa e singoli atti ammnistrativi, i più recenti riguardano: la nuova caserma della Guardia di Finanza in zona Trasmazaro (un immobile appartenuto a Gaetano Riina, fratello di Totò Riina, è stato confiscato e successivamente assegnato alla Guardia di Finanza. La nuova caserma è stata inaugurata nell'aprile 2024); la prossima realizzazione della nuova caserma dei Vigili del Fuoco in contrada Santa Maria (un ampio compendio confiscato è stato acquisito al patrimonio del Comune; il progetto complessivo prevede anche un parco urbano, infrastrutture sociali e strutture della Protezione civile); un centro diurno con servizi sociali e socio-assistenziali per anziani e persone con limitata autonomia in via Cambogia (un immobile confiscato alla criminalità organizzata è destinato a diventare un.

Nel maggio 2026 il Comune ha annunciato un finanziamento regionale di 750 mila euro per la ristrutturazione). Dai dati ANBSC relativi agli immobili risultano diversi beni ubicati nel territorio di Mazara del Vallo, compresi terreni e immobili in via Valdemone, via Castelvetrano e via Francesca Morvillo. Alcuni compaiono anche negli elenchi ANBSC degli immobili con potenzialità di mercato o destinati ad altre procedure. 

Sul piano generale, Libera insiste proprio su questo passaggio: la trasparenza non deve essere considerata un semplice adempimento amministrativo, ma uno strumento di partecipazione democratica. Sapere quali beni sono stati confiscati, dove si trovano e come vengono utilizzati significa consentire alla comunità di verificare se quella ricchezza sottratta alla mafia stia davvero tornando a produrre valore sociale. E qui si apre il capitolo forse più delicato: la restituzione non può fermarsi alla confisca.

Un bene abbandonato, inutilizzato o lasciato deteriorare rischia di trasformare una vittoria dello Stato sulla criminalità in un'occasione perduta per il territorio. Per questo Libera chiede anche di destinare stabilmente una quota del “Fondo Unico Giustizia”, indicando nel 2% la percentuale da destinare annualmente al riuso pubblico e sociale dei beni confiscati. L'obiettivo è garantire le risorse necessarie non soltanto per recuperare gli immobili, ma anche per sostenere nel tempo cooperative, associazioni, servizi e progetti capaci di trasformare quei patrimoni in occasioni di lavoro, inclusione e sviluppo.

La vera sfida, insomma, non è soltanto sapere quanti beni confiscati esistono. È sapere che fine fanno. Perché se la mafia ha costruito il proprio potere anche attraverso la ricchezza e il controllo del territorio, restituire quei patrimoni alla collettività significa sottrarre spazio all'illegalità e riconsegnarlo ai cittadini. E in questa partita la trasparenza non è un dettaglio: è il primo mattone del bene comune.

Francesco Mezzapelle