“Una punta di Sal”. Mazara: vizi e virtù. L’ostentazione del benessere e il miracolo dell’accoglienza
C’è un luogo in Sicilia dove i confini geografici sfumano per farsi specchio dell’anima di un popolo. Mazara del Vallo, l’avamposto d’Europa che guarda in faccia la Tunisia, vive da sempre su un delicato filo teso tra opposti estremismi caratteriali. È una città di frontiera, e come tutte le frontiere nasconde tra i suoi vicoli vizi radicati e virtù straordinarie, offrendo la radiografia di una comunità sospesa tra l’orgoglio del passato e le risacca del presente.
Il primo, vistoso paradosso emerge camminando lungo le sue strade principali. Tra le automobili di grossa cilindrata e i locali specchiati si consuma il più diffuso dei vizi locali: il culto dell’apparenza. Per decenni Mazara è stata la capitale indiscussa della pesca, trainata da una flotta peschereccia monumentale che garantiva un benessere diffuso e, talvolta, sfarzoso. Oggi che quella flotta è ridotta a meno di cento unità a causa delle restrizioni europee e della "guerra del pesce" nelle acque internazionali, lo stile di vita non sembra essersi adeguato al declino economico. Molti cittadini scelgono di condurre standard superiori alle proprie reali possibilità. È la cultura del "si deve vedere", una recita sociale che però crolla tra le mura domestiche: dietro le facciate dorate della movida si nasconde infatti una fascia di povertà emergente e silenziosa, che fatica drammaticamente a pagare le bollette e le spese quotidiane più elementari.
Questa forma di teatro sociale si riflette anche nel rapporto con il sacro. Mazara si professa una città profondamente religiosa, ma di una religiosità intermittente ed emotiva. Durante il Festino di San Vito o i festeggiamenti per la Madonna del Paradiso, le strade si riempiono di una devozione viscerale, quasi scenografica. Eppure, durante il resto dell’anno, le magnifiche navate delle sue chiese barocche restano semivuote. La fede sembra riaccendersi solo quando si fa identità collettiva, festa di piazza o tradizione folcloristica, spegnendosi nel quotidiano esercizio del dogma.
Ma se l’ostentazione e la superficialità spirituale rappresentano il lato oscuro della medaglia, la virtù del popolo mazarese risplende in un’attitudine che non ha eguali in Italia: l’accoglienza. Mazara non tollera lo straniero; lo integra da cinquant'anni, prima che l'immigrazione diventasse un tema da campagna elettorale. Lo si vede nella Kasbah, il cuore pulsante del centro storico. Qui, dove i vicoli profumano di spezie e le pareti sono decorate da maioliche e street art, la comunità tunisina ha ripopolato le case abbandonate dopo il terremoto del '68.
La convivenza è nata a bordo dei pescherecci, dove marinai siciliani e magrebini hanno condiviso per decenni le tempeste e la fatica, e si è trasferita nei cortili comuni. Il legame è così profondo che persino la cucina è diventata un ponte: il couscous di pesce è oggi un piatto identitario locale tanto quanto le tradizionali sarde a beccafico.
Oggi Mazara prova a ripartire con il turismo, attirato dal fascino millenario del Satiro Danzante, della Kasbah, delle monumentalità che si affacciano sul mare cristallino e da una rigenerazione urbana ancora da definire e da completare. Il visitatore e l'extracomunitario vengono accolti con la medesima naturalezza arcaica propria delle città di mare. In questo porto aperto, dove il suono delle campane si mescola idealmente alla memoria culturale del muezzin, i vizi di un popolo che insegue il benessere perduto vengono puntualmente riscattati dalla sua virtù più grande: la capacità, innata e profonda, di non far sentire nessuno un estraneo.
Salvatore Giacalone