“Una punta di Sal”. La ricerca di un lavoro. Delusione di una generazione tradita

Redazione Prima Pagina Mazara

C’è una frase che circola quando cerchi un lavoro e ti trovi davanti al proprietario dell’azienda o di un suo delegato Una frase pronunciata con un tono che vorrebbe essere incoraggiante e che invece è, nella sua struttura profonda, il più elegante degli insulti che un sistema possa rivolgere a chi lo vuole cambiare. La frase è questa: «Hai tutti gli anni davanti. Auguri”. È una frase che si pronuncia senza intenzione malevola. Chi la dice, nella stragrande maggioranza dei casi, è convinto di fare un complimento e l’accompagna quasi sempre a una valutazione positiva: «Il talento c’è, senza dubbio».

È la frase con cui un selezionatore nega il premio a un venticinquenne brillante per assegnarlo a un sessantenne collaudato; è la frase con cui un direttore d’azienda rimanda la proposta di un under trenta a «quando sarà il momento giusto». Di sicuro, è la frase con cui un’intera generazione viene sistematicamente trasformata in promessa perpetua, in futuro sempre imminente e mai presente, in potenziale che non può realizzarsi adesso perché adesso è già occupato da qualcun altro.

Il problema non è la frase in sé. Il problema è il sistema di valori che la frase tradisce. È il modello dell’artigianato elevato a paradigma assoluto: il garzone che diventa maestro dopo decenni di bottega. Un modello che ha senso per costruire una cattedrale ma che applicato alla creatività contemporanea produce qualcosa di molto simile a un sistema di controllo generazionale. Il tempo, in questo schema, non è neutro: diventa un argomento di potere. «Hai tempo» significa «io ho già occupato il tuo posto e non ho intenzione di cederlo presto».

«Aspetta il tuo momento» significa «il mio momento non è ancora finito». «La carriera è lunga» significa «questo spazio non è tuo, non ancora, e chissà se e quando lo sarà». La retorica del futuro abbondante funziona come una promessa che non scade mai, come un assegno postdatato che viene continuamente spostato in avanti, come un orizzonte che arretra mentre ci si avvicina. C’è qualcosa di strutturalmente disonesto in tutto questo; chi dice «ha tutta la carriera davanti» non sta descrivendo una realtà: sta difendendo una posizione.

In sintesi, sta usando la consolazione come dispositivo di esclusione. Sta trasformando la giovinezza, che dovrebbe essere un vantaggio, in un difetto temporaneo da correggere col tempo; e, ancora peggio, sta convertendo l’energia, la visione nuova e lo sguardo non ancora compromesso da decenni di sistema in inesperienza da superare. 

Rimane la speranza che, in un momento preciso, a volte, si trasforma in rassegnazione, ed è quando l'ennesimo curriculum inviato cade nel vuoto di un silenzio assordante. Per un giovane in Sicilia, questo momento arriva troppo presto, spesso subito dopo aver riposto la laurea nel cassetto o aver conseguito un diploma con il massimo dei voti. La delusione non è semplicemente la tristezza per un "no" ricevuto; è un logoramento lento, una nebbia che avvolge i progetti per il futuro e trasforma l'energia dei vent'anni in una strana forma di nostalgia anticipata. Quella di chi sa che, prima o poi, dovrà fare le valigie.

Raccontare la Sicilia di oggi significa guardare negli occhi questa generazione tradita. Ragazzi e ragazze che hanno creduto nella promessa dello studio, del merito, del legame profondo con le proprie radici. La meritocrazia, in molti contesti, cede il passo alle vecchie logiche delle "conoscenze", lasciando chi ha solo il proprio talento come unica risorsa con un profondo senso di impotenza e ingiustizia. Questa non è solo una crisi economica; è un'emergenza psicologica e sociale. La delusione si traduce in un isolamento silenzioso. Molti giovani iniziano a sentirsi un peso per le proprie famiglie, che hanno investito sacrifici enormi per la loro istruzione. Si sperimenta il paradosso di essere "troppo qualificati" per i lavori disponibili e "troppo isolati" per accedere a quelli che contano. Così, la rabbia iniziale per la mancanza di lavoro si trasforma in un senso di colpa personale, un tarlo che scava dentro e fa dubitare del proprio valore.

Il dramma più grande è che la Sicilia si sta svuotando delle sue menti migliori. La fuga dei cervelli non è una scelta di vita o un'avventura romantica all'estero; è un esilio forzato. Chi resta lo fa spesso stringendo i denti, oscillando tra l'amore viscerale per la propria isola e il risentimento per un sistema che sembra respingerli. Ma un territorio che non sa dare spazio ai suoi giovani è un territorio che rinuncia a declinare il futuro al presente, condannandosi a un'immobilità eterna. Per risolvere questo problema non bastano i bonus temporanei o i proclami della politica. Serve una rivoluzione strutturale che metta al centro la dignità del lavoro e la valorizzazione delle competenze. Fino ad allora, la delusione di questi giovani rimarrà la denuncia più rumorosa di una terra bellissima, ma ancora troppo avara con i propri figli.

Salvatore Giacalone