“Una punta di Sal”. La fuga dei Cervelli. A Mazara oltre 2000 giovani tra nord Italia ed Europa

Redazione Prima Pagina Mazara

Si fa presto a parlare di giovani. Spesso lo facciamo per etichettarli, definendoli ora scansa fatiche” o peggio ancora "nativi digitali" per il continuo utilizzo del cellulare in qualsiasi ora e in qualsiasi posto, come se questa fosse l’unica lente attraverso cui osservare la loro esistenza. Eppure, se ci fermiamo ad ascoltare il battito delle nostre comunità locali, emerge un quadro molto più complesso e vibrante di quanto le cronache nazionali vogliano far credere. .

Il primo errore che commettiamo è considerare la giovinezza come una sala d'attesa. Pensiamo che i ragazzi stiano "aspettando di diventare qualcuno", dimenticando che sono già qualcuno oggi. Nelle piazze dei nostri paesi, nelle biblioteche comunali o nei centri sportivi, si muove una generazione che affronta sfide inedite. Se un tempo il percorso era tracciato (studio, lavoro, famiglia), oggi i binari sono saltati. L’incertezza non è più un’eccezione, ma la regola.

Nonostante questa precarietà strutturale, i giovani non sono immobili. C’è una forma di impegno che spesso sfugge agli occhi degli adulti perché non passa attraverso i canali tradizionali della politica o delle associazioni storiche. È un impegno che si manifesta nel volontariato informale, nella sensibilità verso l’ambiente, nella capacità di fare rete attraverso la tecnologia per scopi solidali. Sono ragazzi che chiedono spazi, non solo fisici ma soprattutto di ascolto e di fiducia. A Mazara del Vallo sono stati creati alcuni spazi fisici, come il Civic Center, l’ex chiesa San Carlo, ed altri ne stanno nascendo.

Un punto critico rimane il divario generazionale nel dialogo. Spesso gli adulti offrono soluzioni a problemi che non esistono più, o peggio, giudicano le fragilità moderne con i parametri del passato. La "fuga dei cervelli" non è solo un fenomeno che riguarda le grandi metropoli, ma colpisce duramente le nostre realtà locali. Quando un ragazzo se ne va, non porta via solo le sue competenze, ma svuota il futuro della comunità stessa.

La Sicilia, in tal senso, si trova ad affrontare una delle sfide demografiche ed economiche più complesse della sua storia recente. la costante e inarrestabile fuga di cervelli. Non si tratta più di un fenomeno temporaneo o di una fisiologica mobilità accademica, ma di una vera e propria emorragia strutturale che sta privando l'isola delle sue forze più fresche, competenti e produttive. I dati più recenti delineano un quadro statistico che lascia poco spazio all'ottimismo e richiede una riflessione profonda.

Secondo l'ultimo Rapporto Svimez, negli ultimi dieci anni la Sicilia ha perso oltre 56.000 giovani laureati. Questo flusso migratorio qualificato si inserisce in un trend ancora più ampio analizzato dai sindacati e dall'Istat, che evidenzia come tra il 2019 e il 2026 la popolazione residente tra i 18 e i 35 anni sia diminuita di circa il 9,6%, traducendosi nella scomparsa di quasi 96.000 ragazzi dal territorio regionale. A soffrire maggiormente sono le aree interne come Enna e Caltanissetta, ma anche le province di Agrigento e Trapanii. Per fare un esempio, a Mazara del Vallo mancano oltre 2000 giovani che hanno preferito andare al Nord o in Europa per completare gli studi, laurearsi e trovare occupazione degna di una laurea. Ed il calo non risparmia i grandi centri metropolitani come Palermo e Catania.

Le cause di questo esodo sono ormai note, ma rimangono drammaticamente irrisolte. I giovani siciliani non fuggono per mancanza di attaccamento alla propria terra, bensì per la carenza strutturale di opportunità lavorative dignitose. Il mercato del lavoro locale è troppo spesso caratterizzato da salari non competitivi, diffuse forme di precariato, assenza di meritocrazia e una cronica carenza di investimenti in settori ad alto valore tecnologico e innovativo. Di fronte a questo scenario, il trasferimento verso le regioni del Centro-Nord o verso l'estero diventa quasi una scelta obbligata per chi desidera valorizzare il proprio percorso di studi.

Questo fenomeno genera un duplice danno economico e sociale per l'isola. Da un lato, la Regione Sicilia investe ingenti risorse pubbliche per istruire e formare una classe di professionisti eccellenti all'interno dei propri atenei. Dall'altro, i frutti economici, fiscali e innovativi di questo investimento vengono raccolti da altri territori, impoverendo ulteriormente il tessuto produttivo siciliano. La mancanza di ricambio generazionale qualificato rischia così di frenare lo sviluppo economico a lungo termine, creando un circolo vizioso difficile da spezzare.

Negli ultimi mesi le istituzioni regionali hanno provato a correre ai ripari introducendo alcune misure straordinarie, tra cui agevolazioni fiscali per favorire il rientro dei lavoratori qualificati nell'isola. Tuttavia, la riduzione delle tasse da sola non basta. Per invertire stabilmente la rotta è necessario un cambio di paradigma globale: servono politiche industriali mirate, un forte potenziamento delle infrastrutture digitali e di trasporto, una riforma del welfare studentesco e una sinergia reale tra il mondo universitario e le imprese del territorio. Solo restituendo centralità al merito e offrendo contratti stabili si potrà trasformare la Sicilia da una terra da cui scappare a un luogo in cui poter finalmente restare e progettare il futuro.

Salvatore Giacalone