"Una punta di Sal". Il paradosso immobile: perché la Sicilia resta gattopardiana
"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". La celebre massima di Tomasi di Lampedusa non è un pezzo di storia letteraria. È la cronaca dell'identità politica siciliana. Oggi ci chiediamo se questa immobilità dipenda da un passato ingombrante o da una classe politica presente sempre più precaria e mediocre. La risposta è complessa. I due fattori si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. Il passato esercita una forza di gravità enorme. Secoli di dominazioni straniere hanno radicato nei siciliani una profonda sfiducia verso lo Stato. Le istituzioni sono state spesso percepite come un corpo estraneo da cui difendersi o da sfruttare, mai come un bene comune da proteggere. Questa eredità culturale ha trasformato il cittadino in cliente. Il voto non premia un progetto di futuro. Diventa invece una moneta di scambio per bisogni immediati.
Su questo terreno fertile si innesta la precarietà della classe politica attuale. I leader di oggi non hanno la visione dei grandi del passato. Vivono nell'ansia del consenso immediato e dei cicli social. Questa fragilità strutturale impedisce riforme a lungo termine. Un politico precario non pianifica il futuro tra vent'anni. Cerca solo la sopravvivenza fino alle prossime elezioni. Gli analisti più attenti descrivono questo fenomeno come "modernizzazione senza sviluppo". La Sicilia cambia volto, adotta nuove tecnologie e rinnova i suoi palazzi.
Eppure, le sue strutture di potere profondo rimangono identiche. La precarietà dei politici attuali non rompe il sistema gattopardiano. Al contrario, lo rafforza. Più la politica è debole, più si affida alle vecchie logiche clientelari per mantenere il controllo. La Sicilia rimane gattopardiana perché il cambiamento fa paura a chi detiene il potere. La condizione siciliana, intesa come un'immobilità gattopardiana dove tutto cambia affinché nulla muti, è analizzata attraverso le riflessioni di Leonardo Sciascia sulla "sicilitudine", intesa come scetticismo e solitudine.
Sciascia evidenzia come le leggi vengano applicate in modo selettivo, trasformando il potere in un gioco di apparenze, trasformando l'isola in un presagio per il resto del Paese. Per spezzare questa catena non basta sostituire i volti nei palazzi di Palermo. Serve una classe dirigente capace di rischiare il proprio presente per costruire il futuro dell'isola. Intanto, a ridosso delle prossime elezioni regionali, la Sicilia si riscopre, come viene detto spesso (ma sorgono grossi dubbi in concreto), un laboratorio politico in cui le spinte al cambiamento, a parole, intendono scardinare vecchie logiche strutturali.
Se da un lato il centrodestra – guidato dalle forze trainanti di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega – punta a confermare la propria egemonia territoriale facendo leva sul peso dei consensi consolidati, dall'altro le opposizioni tentano di strutturare l'alternativa. Il centrosinistra scommette sulla formula del "campo largo", un'alleanza progressista che prova a cementare l'asse tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, allargandosi alle forze minori che però sembra che vogliano andare da soli (Controcorrente, Sud chiama Nord, Futuro Nazionale, etc), pur dovendo fare i conti con i veti incrociati e le ambizioni dei leader locali.
In questo scenario di perenne scontro tra coalizioni, il vero "partito" maggioritario rischia però di essere quello dell'astensionismo. Nelle ultime tornate elettorali l'isola ha registrato indici di affluenza drammaticamente bassi, segno di una frattura profonda tra le istituzioni e i cittadini, ormai disillusi da promesse ripetitive. Questo distacco rafforza paradossalmente la caccia al "portatore di voti": meno persone si recano alle urne, più diventa decisivo il peso specifico delle clientele e dei notabili capaci di mobilitare pacchetti di preferenze personali, congelando di fatto il rinnovamento gattopardiano.
La vera linea di rottura contro questo immobilismo potrebbe tuttavia arrivare dalle trincee dei territori, dove sta emergendo una fitta rete di giovani amministratori. Sindaci, assessori e consiglieri comunali under 40, abituati a gestire la quotidianità dei piccoli e grandi comuni con risorse ridotte all'osso, rappresentano un patrimonio di competenze fresche e concrete. Il loro ruolo nelle liste regionali sarà indicativo: verranno usati dai grandi blocchi come semplici "specchietti per le allodole" per rinfrescare l'immagine dei partiti, o verrà data loro una reale centralità politica per innovare la macchina burocratica e intercettare i fondi strategici?
Dall'esito di questo scontro generazionale passerà il futuro della Sicilia. Se il centrodestra e il centrosinistra continueranno a privilegiare la logica matematica dei vecchi portatori di consenso a scapito delle nuove energie espresse dai territori, l'astensionismo continuerà a salire. Solo restituendo centralità alle competenze e ai giovani amministratori la politica siciliana potrà finalmente smentire il verdetto del Gattopardo, dimostrando che cambiare, questa volta, significa guardare davvero al futuro.
Salvatore Giacalone