“Una punta di Sal”. Il muro invisibile: la distanza tra le nuove generazioni e le istituzioni
Giovani lontani dalle istituzioni, giovani apatici, giovani distratti dalle tante proposte tecnologiche manuali, distratti dalle tante sollecitazioni di immagini fuorvianti, giovani lontani dai Municipi locali e dalla politica. E si potrebbe continuare. La distanza tra le nuove generazioni e le istituzioni forse è anche il risultato di un lungo isolamento. Esiste una frattura profonda tra una generazione che non si sente rappresentata e un sistema percepito come autoreferenziale. Se i ragazzi guardano alla politica come a un’entità lontana, è perché il linguaggio e le priorità istituzionali hanno ignorato le loro incertezze sul futuro. Questo distacco è l'esito di una mancata risposta ai bisogni concreti: casa, lavoro stabile, salute mentale e transizione ecologica. Il potere politico parla una lingua vecchia, mentre le nuove generazioni affrontano sfide inedite.
Nei piccoli e medi centri come Mazara del Vallo, Castelvetrano etc. questo fenomeno assume sfumature ancora più critiche. Nelle nostre realtà la dimensione sociale è il vero motore della partecipazione. A differenza delle grandi metropoli, il rapporto con le istituzioni è diretto e mediato dalla conoscenza personale. Il politico locale non è un volto sfocato sullo schermo della televisione, ma un vicino di casa. Questo "contatto stretto" dovrebbe teoricamente favorire il coinvolgimento e il dialogo. Spesso, invece, genera l’effetto opposto: il timore del giudizio sociale o la percezione di dinamiche di potere vecchie e immutabili.
La vicinanza si trasforma così in una barriera invisibile che blocca il dissenso costruttivo.Il disagio giovanile non si manifesta solo attraverso il silenzio, ma talvolta esplode in fenomeni di marginalità e microcriminalità che accendono i riflettori della cronaca locale. Episodi recenti di violenza urbana, che ha scosso la comunità di Mazara del Vallo, diventano il sintomo tangibile di un territorio che perde il controllo dei propri spazi. Come denunciato con forza dai movimenti giovanili del territorio e dai social , questi fatti non possono essere derubricati a semplici incidenti isolati.
Sono il segnale di un vuoto sociale profondo. Quando mancano presidi di legalità, alternative culturali e opportunità concrete, i giovani rimangono intrappolati in un limbo. La richiesta di sicurezza che si leva dalle piazze non è solo una domanda di forze dell'ordine, ma un grido d'aiuto per una rigenerazione sociale ed educativa che parta dalle periferie.
Quando mancano centri culturali, aule studio e laboratori creativi, il confronto si sposta inevitabilmente sui social network. Le piazze virtuali sostituiscono quelle reali, ma svuotano il dibattito della sua forza collettiva. Senza luoghi fisici in cui incontrarsi, la politica locale rischia di essere vista come un "affare per pochi" o un "gioco per adulti". Un club chiuso che si tramanda per gerarchie consolidate, dove il nuovo fatica a trovare spazio se non come semplice comparsa. Questa asfissia culturale spinge i ragazzi verso l'astensionismo o, nei casi più gravi, verso la fuga definitiva.
I dati fotografano una vera e propria emorragia: secondo i rapporti della Fondazione Migrantes e della Svimez, la Sicilia perde ogni anno decine di migliaia di residenti, registrando addirittura il primato assoluto. A partire sono soprattutto gli under 35 con un alto livello di formazione. L'emigrazione giovanile diventa così l'unica risposta possibile a un mercato del lavoro asfittico, dove il tasso di disoccupazione giovanile nell'isola supera drammaticamente la media nazionale, sfiorando vette critiche nel Mezzogiorno.
Per esempio, Castelvetrano e i Comuni della Valle del Belice portano sulle spalle anche il peso di una storia complessa. Per decenni, l'immagine di questi territori è stata legata alle dinamiche della criminalità organizzata e alla lunga latitanza di Matteo Messina Denaro. Questa pesante eredità ha spesso generato nei ragazzi un senso di frustrazione e rassegnazione, alimentando lo stereotipo di un territorio immobile e impossibile da cambiare. Oggi, però, le nuove generazioni rifiutano questa narrazione e chiedono un riscatto che passi dalla legalità e dallo sviluppo economico, scontrandosi tuttavia con una burocrazia comunale lenta e con una classe politica che fatica a proporre un piano di sviluppo moderno per il turismo archeologico di Selinunte o per l'indotto della pesca di Mazara.
Se un’amministrazione locale riesce a rompere questo schema, il cambiamento è immediato e visibile a occhio nudo. Nei Comuni più piccoli, l'azione amministrativa ha un impatto diretto sulla vita delle persone. Creare tavoli di lavoro concreti su temi sentiti come l’ambiente, lo sport, le connessioni digitali e il lavoro locale permette al giovane di smettere di essere uno spettatore distante. Il ragazzo si trasforma finalmente in un attore sociale attivo. Vedere una propria idea trasformarsi in un progetto di riqualificazione urbana, in un centro d'arte contemporanea o in un evento culturale è il miglior antidoto alla sfiducia collettiva.Per sanare la frattura generazionale serve un cambio radicale.
Non basta convocare i giovani per fare presenza nei forum consultivi senza reale potere decisionale. Le istituzioni di Mazara, Castelvetrano e dei Comuni devono cedere quote di potere reale. Solo abbattendo il muro dell'autoreferenzialità e della conservazione si potrà trasformare la delusione e la rabbia di oggi nella classe dirigente di domani.
Salvatore Giacalone