“Una punta di Sal”. Il bivio della coerenza: cronaca di spostamenti di poltrone
Il fenomeno dei fuoriusciti dai partiti non è solo una cronaca di spostamenti di poltrone, ma il sintomo di una mutazione della nostra democrazia. Al centro del dibattito resta un dilemma etico irrisolto: dove finisce la legittima libertà di scelta del politico e dove inizia il tradimento del mandato elettorale? Per rispondere, è necessario guardare al trauma che ha ridefinito la politica italiana: il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.Fino all’inizio degli anni ’90, l’appartenenza a un partito era una scelta di vita, quasi confessionale.
Si nasceva e si moriva democristiani, socialisti o comunisti. Il "cambio di casacca" era un evento raro e traumatico, spesso pagato con l’esilio politico. Con l’inchiesta Mani Pulite e il crollo dei grandi partiti di massa, quel muro di certezze si è sgretolato. Migliaia di quadri politici si ritrovarono improvvisamente "orfani", costretti a cercare nuove dimore in formazioni nate dal nulla o in coalizioni eterogenee. In quel caos, la libertà di scelta divenne una necessità di sopravvivenza: non si trattava più di cambiare idea, ma di trovare un contenitore che permettesse di continuare l’attività politica in un sistema che stava diventando bipolare.Questo passaggio storico ha sdoganato l'idea che la coerenza non risieda più nel simbolo, ma nel "progetto".
Tuttavia, è proprio qui che il confine etico si è fatto labile. Se nella Prima Repubblica il transfugo era un eretico, nella Seconda e Terza Repubblica è diventato un "pragmatico", prima i partiti erano "chiese", oggi sono "alberghi". Il passaggio a uno schieramento all'altro viene oggi giustificato come un atto di indipendenza intellettuale, rivendicando l’articolo 67 della Costituzione che èil cuore giuridico del problema; garantisce che un eletto non possa essere obbligato a votare secondo il partito, ma oggi è spesso il "rifugio" per i cambi di schieramento, proibisce il vincolo di mandato.
Ma quando questa libertà viene usata per saltare sistematicamente sul carro del vincitore, la "scelta libera" si trasforma in opportunismo.
In ambito locale, questa dinamica assume contorni ancora più fluidi. Nei piccoli comuni o nelle amministrazioni regionali, il legame con il partito è spesso sostituito dal legame con il capo-bastone o dalla convenienza di un finanziamento per il territorio. Il "fuoriuscito locale" si fa scudo della libertà di azione per giustificare ribaltoni che spesso portano a crisi di giunta improvvise o a nuove, stravaganti maggioranze. Il cittadino, che ha votato una coalizione di destra o di sinistra, si ritrova rappresentato da chi, il giorno dopo, sostiene l’esatto opposto.
A livello locale la scusa è quasi sempre "il bene della città", anche quando si tratta di calcoli personali. E poi, da anni imperversano i movimenti civici e le relative liste elettorali che rappresentano la risposta alla crisi dei partiti tradizionali e alla fine delle grandi ideologie novecentesche. Nelle elezioni comunali, questo fenomeno trasforma radicalmente la politica locale. Gli elettori non votano più per appartenenza ideale ("destra" o "sinistra"), ma per fiducia personale. Il candidato sindaco diventa il vero fulcro e "marchio" della coalizione .Alleanze locali tra persone con passati politici opposti, unite da un obiettivo amministrativo.
Movimenti nati dal basso per difendere beni comuni o specifici interessi cittadini. E c’è anche il civismo di facciata: liste "civetta" create dai partiti tradizionali per nascondere simboli usurati e recuperare voti. La coerenza politica, dunque, non è più un valore statico, ma una merce di scambio. Il rischio reale è che la politica perda la sua funzione pedagogica: se tutto è reversibile, se ogni idea è negoziabile in cambio di una posizione, il voto perde il suo valore di scelta di campo e diventa una delega in bianco a un "nomade del consenso".
In questo scenario, la libertà di scelta del politico finisce per annullare la libertà di scelta dell’elettore, alimentando quel distacco dai seggi che è la vera ferita aperta delle nostre comunità locali e nazionali.(In foto una frase di Jonny Lee Miller)
Salvatore Giacalone