“Un uomo, una storia”. Nino Vaccara, il pioniere dell'industria ittica, si racconta (post mortem) a Sal Giacalone
Lo stadio comunale, ovvero il terreno di proprietà di Nino Vaccara, è stato messo a disposizione della attività sportive intorno agli anno 30/40. Quando sorse la prima società di calcio i dirigenti pensarono bene di intestarlo al suo benefattore Nino Vaccara, a questo pioniere dell'industria ittica moderna di Mazara del Vallo, fondamentale per il passaggio dalla pesca tradizionale a quella industriale e conserviera. Apparteneva alla storica famiglia di imprenditori Vaccara, guidata inizialmente dal padre Luigi Vaccara, un visionario arrivato a Mazara da Santa Ninfa alla fine dell'800 (nato a Santa Ninfa nel 1877 morto a Mazara del Vallo nel 1946).
La famiglia non si occupava solo di pesce, ma era attiva in diversi settori chiave come il vinicolo perché possedevano vasti vigneti (oltre 300 ettari) e stabilimenti enologici che spedivano vino in tutta Italia e all'estero. Luigi Vaccara (in foto tratta dal sito "Mazara Foverer" di Pino Catalano) fu tra i primi a industrializzare la lavorazione del pesce a Mazara, trasformando il pescato locale in conserve di alta qualità. Pertanto l’industria vinicola e quella del pesce finì, secondo un disegno strategico, ad essere strettamente collegate anche per una necessitò pratica: la conservazione.
Il vino di scarto o ad alta gradazione veniva trasformato in aceto, il pesce azzurro (sarde e sgombri) veniva lavorato e messo in scatola e in barili pronti per l’esportazione. I Vaccara sfruttavano la stessa flotta e gli stessi canali commerciali. Le navi che partivano cariche di botti di vino verso il Nord Europa o l'Africa spesso tornavano o scambiavano merci con pesce conservato e sale. E non è mancato, tra l’altro, anche l’impegno civico grazie alla famiglia che era profondamente legata allo sviluppo della città, investendo profitti privati in infrastrutture e attività per la comunità.
Ed infatti l'intitolazione dello stadio comunale a Nino Vaccara non è casuale, ma celebra il legame inscindibile tra l'imprenditoria locale e lo sport cittadino. Ecco l’intervista post mortem realizzata nel suo ufficio di via Luigi Vaccara, intitolato al padre come altri luoghi di Mazara.
Se oggi camminasse per via Luigi Vaccara o vedesse lo stadio, cosa proverebbe?
(Nino Vaccara sorride con eleganza) "Un po' mi stupisce, lo ammetto. Ma in fondo c’è una logica: quel terreno lungo il fiume era parte della nostra storia. Donarlo è stato un gesto di affetto. La mia famiglia ha sempre creduto che il profitto privato dovesse trasformarsi in progresso pubblico".
Lei ha creato un legame unico tra i 300 ettari di vigneti e il pesce del Mazaro. Come funzionava questa sinergia?
"Era un sistema circolare perfetto. Usavamo il vino delle nostre terre per produrre l'aceto necessario a conservare il pesce azzurro. Senza l'industria vinicola, non avremmo avuto quella conserviera. Le maestranze di famiglia erano versatili: i bottai che preparavano i tini per il vino erano gli stessi che creavano i barili di legno per trasportare sarde e sgombri. Era un’economia totale, dal campo alla rete da pesca".
La vostra non era solo un'attività di "fatica", ma anche di cultura. Penso alla Torre del Maskaro.
"Esattamente. La Torre del Maskaro non era solo il simbolo dei nostri vini, ma grazie a Maria Vaccara divenne un vero centro culturale. Maria aveva questa sensibilità rara: sapeva accogliere artisti e poeti tra quelle mura del XVI secolo. Dimostrò che un'azienda non produce solo merci, ma anche bellezza e pensiero. Noi Vaccara avevamo le mani nel sale e nel mosto, ma la mente aperta al mondo".
Suo padre, Luigi Vaccara, arrivò da Santa Ninfa. Era nato nel 1877, morto a Mazara nel 1946. Aveva un sogno. Cosa ha imparato da lui?
"Mio padre Luigi era un visionario. Arrivò a Mazara appena diciottenne e capì prima di tutti che questa città poteva diventare una potenza industriale. Da lui ho imparato che non bisogna aver paura delle grandi dimensioni. Quando fece costruire lo stabilimento monumentale di 7.000 metri quadri vicino alla ferrovia (via Franco Maccagnone), molti lo chiamavano folle. Invece era genio: serviva spazio per far partire il nostro vino e le nostre conserve verso il mondo. Lui è stato la bussola di tutti noi".
Cosa prova a sentire che, malgrado tanti anni trascorsi, i “Vaccara” sono ancora ricordati?
"Proverei orgoglio nel vedere che le tracce di mio padre e il mio impegno sono ancora vivi. Ma direi ai mazaresi: non guardate solo ai muri o ai nomi sulle targhe. Guardate al metodo. Noi siamo stati forti perché abbiamo unito l'entroterra al porto. La forza di Mazara è ancora lì: saper trasformare la materia prima in un prodotto che porta il nome della nostra città ovunque".
Grazie dell’intervista. Vorrei soltanto aggiungere che oggi è tutto cambiato. Di suo padre Luigi restano soltanto alcune targhe appese in muri umidi con scritte sbiadite, di lei soltanto lo stadio con la squadra che gioca in una categoria non esaltante. Se ci fosse ancora Lei chissà in quale serie militerebbe il suo Mazara!
Salvatore Giacalone