Patrigno orco abusa per tre anni di una ragazzina. Uomo arrestato ad Enna

Redazione Prima Pagina Mazara

Un caso di cronaca emerso nelle ultime ore in provincia di Enna riporta all’attenzione il drammatico fenomeno, spesso invisibile, quello degli abusi sessuali sui minori consumati all’interno delle mura domestiche. Secondo l’accusa, l’uomo arrestato avrebbe abusato della figliastra minorenne per un arco temporale di circa tre anni, approfittando della propria posizione di potere e del clima di paura instaurato all’interno del nucleo familiare. La vicenda si inserisce in un contesto di violenza domestica più ampio, caratterizzato da maltrattamenti sistematici e da un controllo totale esercitato dall’indagato su tutti i membri della famiglia.

Le cosiddette “regole” imposte dall’uomo, unite alle minacce e alle punizioni fisiche, avrebbero avuto la funzione di impedire qualsiasi tentativo di denuncia, alimentando un clima di omertà forzata. Centrale, in questo meccanismo, il ricatto legato all’intervento dei servizi sociali: la prospettiva della separazione tra madre e figlie, paventata come una conseguenza inevitabile della denuncia, avrebbe contribuito a mantenere il silenzio. Gli abusi sessuali intra-familiari rappresentano una delle forme di violenza più difficili da intercettare.

A differenza di altre tipologie di reato, non avvengono in spazi pubblici né lasciano necessariamente segni immediatamente visibili. In Sicilia, come in altre regioni del Mezzogiorno, il fenomeno è reso ancora più complesso da fattori culturali e sociali: il forte valore attribuito all’unità familiare, la paura del giudizio della comunità, la dipendenza economica delle vittime e una radicata diffidenza verso le istituzioni. In molti casi, l’abusante è una figura di riferimento — padre, patrigno, zio o convivente — che esercita un potere assoluto sulla vittima.

Questo potere non è solo fisico, ma anche psicologico: il minore viene progressivamente isolato, colpevolizzato e convinto che parlare significhi distruggere la propria famiglia. Ne deriva un silenzio che può durare anni, talvolta fino all’età adulta. Le ripercussioni degli abusi sessuali intra-familiari sono profonde e durature. Le vittime possono sviluppare disturbi d’ansia, depressione, difficoltà relazionali, problemi di autostima e, nei casi più gravi, disturbi post-traumatici da stress.

Quando l’abuso avviene in un contesto familiare violento, come nel caso in esame, il danno è amplificato: la casa, che dovrebbe rappresentare uno spazio di protezione, si trasforma nel luogo della paura. Per i minori, la difficoltà di distinguere tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è rende ancora più complicato chiedere aiuto. Spesso la denuncia avviene solo quando intervengono figure esterne — insegnanti, medici, operatori sociali — capaci di cogliere segnali di disagio. Negli ultimi anni, l’azione congiunta di magistratura, forze dell’ordine e servizi sociali ha consentito di portare alla luce un numero crescente di casi.

Tuttavia, il contrasto agli abusi intra-familiari non può limitarsi alla repressione penale. È fondamentale investire nella prevenzione, nella formazione degli operatori che lavorano a contatto con i minori e nella diffusione di una cultura della tutela dell’infanzia. Rompere il silenzio significa anche superare l’idea che denunciare equivalga a “distruggere una famiglia”. Al contrario, la protezione dei minori deve essere considerata una priorità assoluta, anche quando comporta interventi dolorosi ma necessari.