Motopesca "Massimo Garau", Il naufragio dei misteri che attende verità da 39 anni

Redazione Prima Pagina Mazara

Il 16 febbraio 1987 non è una data qualunque per la marineria di Mazara del Vallo. È il giorno in cui il Massimo Garau, un motopesca moderno di 31 metri e 175 tonnellate, costruito appena quattro anni prima nei cantieri di Ancona, svanì nel nulla portando con sé un carico di segreti mai del tutto svelati. Sotto il comando del capitano Paolo Palaino, la nave era un gioiello della flotta locale, eppure il suo destino si compì in una manciata di ore, lasciando dietro di sé una scia di interrogativi che ancora oggi, a distanza di quasi quarant'anni, attendono risposta. Ufficialmente, il Garau era diretto verso Gibilterra e Dakar per la pesca di aragoste e gamberoni.

Tuttavia, fin dall'inizio, i documenti raccontano una storia contraddittoria: la lista consegnata in Capitaneria riportava come data di partenza l'11 febbraio, ma la nave mollò gli ormeggi solo il 16. A bordo, ufficialmente, dovevano esserci sei uomini; in realtà, il numero delle anime era molto più alto. Alle 18:30 di quel lunedì, l’armatore Giuseppe Quinci, noto come “Pino Mazara”, ricevette l'ultima comunicazione radio dal capitano Palaino: “C’è malu tempu ma scinnemu” (C’è cattivo tempo ma proseguiamo).

Poi, il silenzio. Due giorni dopo, il 18 febbraio, il traghetto Pantelleria avvistò una scialuppa alla deriva. All'interno, quattro corpi: tre italiani e un uomo di origine africana. Nonostante il mare fosse mosso, non era proibitivo, eppure i quattro erano morti per assideramento. Dove erano finiti gli altri? Sul Garau viaggiavano 15 marinai africani regolarmente impiegati per la dura vita di bordo. L'inchiesta, che vide impegnato anche il magistrato Paolo Borsellino presso la Procura di Marsala, cercò di districarsi tra ipotesi di ammutinamento, errori di carico e speronamenti.

Anni dopo, nel 1996, il relitto venne individuato e riportato a galla. La perizia rivelò un particolare sospetto: a poppa era stato ricavato un locale mimetizzato, un vano nascosto che alimentò sospetti su traffici illeciti mai provati; si scoprirà successivamente che della costruzione il RINA era informato. Ma la ferita più grande rimase quella umana: una verità processuale che attribuì il naufragio alla fatalità o al maltempo, scontrandosi con la convinzione di molti che il Garau fosse stato vittima di una nave "pirata del mare" o di un'unità militare in manovra. 

Nel giorno dell'anniversario, l'autore del libro  “Verità per il motopesca Massimo Garau” Gaspare Bilardello rompe il silenzio con una lettera che è un atto d'accusa e un grido di giustizia. La riportiamo di seguito integralmente.

Massimo Garau: La verità è un debito d’onore!

"Oggi, 16 febbraio 2026, Mazara del Vallo si raccoglie ancora una volta davanti a quel tratto di mare che nel 1987, nello stesso giorno, inghiottì il motopeschereccio Massimo Garau. Ma chi, come me, conosce a fondo ogni piega di questa vicenda, sa bene che quella sera non fu solo il mare a uccidere. Il mare impietoso restituì solo 3 marinai italiani e un beniniano, testimoni muti di una fine che non ha ancora una spiegazione onesta. Gli altri 15 marinai, tra cui un italiano e 14 africani, fratelli di lavoro e di fatica, sono rimasti prigionieri di quelle acque che non hanno solo il sapore del sale ma anche quello disgustoso dell’indifferenza delle istituzioni.

Per anni ci hanno propinato la favola di un mare proibitivo, non navigabile, dell’eccessivo peso del peschereccio, della fatalità, del destino cinico. Ma le carte, i tracciati e la logica marittima dicono ben altro. Un peschereccio di quella stazza, con quegli uomini di provata esperienza, non sparisce dai radar in pochi istanti di fronte a una burrasca.

Il Massimo Garau fu speronato!

È ora di dirlo con la fermezza di chi ha analizzato ogni perizia: quel peschereccio è stato vittima di una collisione ed è stato abbandonato al suo destino nelle acque del Canale di Sicilia, teatro, allora come oggi, di movimenti d'ombra, di esercitazioni non dichiarate e di unità militari che solcano i nostri mari come se fossero zone franche.

Parlare ancora di mistero o addebitare l’affondamento a cause scientificamente non rispondenti alla realtà significa essere complici di un depistaggio che dura da una vita intera. Significa ignorare le ferite sullo scafo, accettare irrituali e perentori ordini di sospensione delle ricerche e molto altro ancora come quell’assordante, ignominioso silenzio delle autorità che avrebbero dovuto proteggere i propri lavoratori e che invece hanno preferito coprire verità inconfessabili.

Uomini mortificati due volte: prima dalle onde, poi dal fango delle bugie!

Quei 15 fratelli africani, i cui nomi sembrano pesare meno per lo Stato, e quei 4 figli della nostra terra, gridano ancora giustizia. Non vogliamo corone di fiori che marciscono nell'acqua. Vogliamo che si ammetta ciò che le prove suggeriscono da decenni: il Massimo Garau non è affondato per colpa del maltempo, ma perché qualcuno lo ha travolto e poi ha steso un velo di menzogne per nascondere le proprie colpe.

Dopo 39 anni, la mia non è solo memoria. È una sfida al silenzio. Io non dimenticherò i diciannove uomini e non smetterò di cercare la mano che ha armato quel naufragio.

La verità è un debito d'onore che questa terra ha verso i suoi marinai, e i debiti d'onore, prima o poi, vanno pagati."