Medio Oriente sull’orlo di un conflitto più vasto: guerra contro l’Iran e prospettive inquietanti
La guerra contro l’Iran, scatenata il 28 febbraio 2026 da Stati Uniti e Israele con attacchi aerei su Teheran e altri centri strategici, ha rapidamente trasformato una lunga crisi geopolitica in un conflitto aperto. L’operazione congiunta — chiamata “Epic Fury"/"Ruggito del Leone” — ha colpito obiettivi militari e politici iraniani, tra cui l’ufficio della Guida Suprema Ali Khamenei, il cui assassinio ha segnato un punto di non ritorno nelle relazioni tra Teheran e l’alleanza occidentale. Dopo l’attacco, l’Iran ha risposto con una serie di missili e droni contro basi statunitensi e obiettivi israeliani e ha colpito anche Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Arabia Saudita, ampliando la dimensione della guerra a tutto il Golfo Persico.
Diversamente da quanto avvenuto in Iraq nel 2003 o durante altre crisi recenti, il rischio che la popolazione iraniana insorga contro il regime degli ayatollah e dei pasdaran appare oggi molto contenuto. Nonostante già da mesi ci siano state proteste interne legate a crisi economiche e sociali e al rispetto dei diritti umani, l’attuale mobilitazione non ha mostrato capacità di sfidare realmente il controllo del governo centrale. Le forze di sicurezza e la "struttura teocratica" continuano a mantenere un forte controllo sul territorio, diminuendo così la possibilità di una “primavera iraniana”.
Critici dell’operazione sostengono che si tratti, in larga parte, di una guerra voluta da Israele per assicurarsi una posizione di egemonia nella regione e neutralizzare una potenziale minaccia nucleare percepita a Teheran. Sebbene Washington sia parte integrante della campagna militare, molti osservatori internazionali ritengono che gli obiettivi strategici di Tel Aviv abbiano giocato un ruolo determinante nell’accelerare l’offensiva.
E se in passato alcuni analisti evocavano l’ipotesi di un crollo interno simile a quello del Venezuela, la realtà dei fatti dimostra che l’Iran non sta procedendo verso uno scenario di transizione democratica. Senza una solida leadership alternativa all’apparato teocratico è anche possibile che il Paese cada in una sorta di frammentazione alla libica, con varie milizie e poteri locali che si contendono il territorio e l’influenza. Nel frattempo, l’assenza di un nemico interno organizzato lascia il campo aperto a una guerra lunga, incerta e sanguinosa.
Secondo numerosi centri di ricerca strategica europei e americani, l’operazione militare rappresenta uno spartiacque per l’intero Medio Oriente. Per alcuni analisti di sicurezza, l’intervento sarebbe l’unico strumento rimasto per fermare l’espansione militare iraniana e il suo programma nucleare. La dottrina della “deterrenza preventiva” — già applicata in passato da Israele contro minacce percepite come esistenziali — viene considerata coerente con la strategia di sopravvivenza dello Stato ebraico. Altri osservatori, tuttavia, mettono in guardia da un errore strategico di proporzioni storiche. L’Iran, a differenza dell’Iraq del 2003, non è un regime isolato: possiede reti di alleanze regionali, milizie proxy e una capacità di risposta asimmetrica che può destabilizzare simultaneamente più teatri, dal Golfo al Mediterraneo.
Diversi esperti europei evocano il rischio di una lenta implosione dello Stato iraniano. In assenza di un’alternativa politica credibile, il Paese potrebbe trasformarsi in un sistema isolato e sanzionato sul modello del Venezuela, oppure precipitare in una frammentazione violenta simile a quella della Libia post-Gheddafi. Entrambi gli scenari, sottolineano, produrrebbero instabilità cronica ai confini dell’Europa. Comunque, le ripercussioni di questa guerra sono già, e saranno probabilmente, molto più profonde e diffuse di quelle osservate in Iraq. Il conflitto in Medio Oriente sta trascinando nell’escalation l’intero scacchiere regionale: stretto di Hormuz bloccato, trasporto energetico globale in crisi, instabilità economica mondiale e un alto numero di vittime civili in Iran.
Come dicevamo, un altro elemento che preoccupa gli osservatori internazionali è il rischio di un’espansione del conflitto ben oltre i confini dell’Iran. Dopo i primi attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele e le immediate rappresaglie missilistiche e droni di Teheran contro obiettivi israeliani e basi alleate nel Golfo, la guerra si sta già estendendo tramite milizie (vedi Hamas nei territori occupati, Hezbollah in Libano e il movimento armato sciita Houthi), con colpi e controcolpi che hanno coinvolto paesi limitrofi e infrastrutture energetiche strategiche.
La leadership israeliana ha esplicitamente annunciato l’intenzione di intensificare gli attacchi su Teheran nei prossimi giorni, mentre componenti dell’amministrazione americana non escludono neppure un aumento dell’impegno militare, fino alla potenziale introduzione di truppe di terra, nel tentativo di ottenere una “risposta decisiva” alla minaccia percepita. Questo scambio di azioni e dichiarazioni alza il rischio che il conflitto, inizialmente circoscritto, possa rapidamente trasformarsi in una guerra su scala più ampia nel Medio Oriente, trascinando nell’escalation altri attori e destabilizzando ulteriormente la Regione.
L’Italia si trova in una posizione delicata: non è stata preventivamente allertata dell’inizio delle ostilità (su questo potrebbero esserci motivazioni ben più profonde legate all'avversione storica di ambienti dell'estrema destra nei confronti di Usa e Israele) non è coinvolta formalmente nella coalizione militare. Tuttavia, la rapida espansione del conflitto nel Golfo Persico e il coinvolgimento diretto di basi statunitensi e alleati regionali espongono potenziali rischi per i nostri cittadini che lavorano, transitano o si trovano in vacanza in paesi come Emirati Arabi Uniti, Qatar o Bahrain. Le autorità italiane stanno monitorando la situazione, ma l’assenza di un quadro di sicurezza chiaro e la rapidità con cui l’escalation si è verificata mostrano quanto fragili possano essere le condizioni di sicurezza per i connazionali all’estero in caso di guerra aperta in Medio Oriente. Sul piano diplomatico, l’Italia appare spettatrice più che protagonista.
Non coinvolta nelle decisioni preliminari e non parte attiva dell’operazione, Roma si trova ora a gestire soprattutto le conseguenze: sicurezza energetica, protezione dei connazionali nel Golfo, rischio terrorismo e pressione migratoria indiretta. Il timore è che l’Italia e Europa in generale -già attraversate da fragilità economiche- si ritrovino a pagare un prezzo altissimo per una guerra decisa altrove. E che il conflitto, nato come "operazione chirurgica", si trasformi in un confronto strutturale destinato a ridefinire gli equilibri del Medio Oriente per i prossimi decenni.