Mazara tra storia, fede e memoria, celebrati i 900 anni del Monastero di San Michele
Per un giorno, il Monastero benedettino di San Michele è tornato a essere il centro della memoria storica e spirituale di Mazara del Vallo. Ieri, sabato 9 maggio, istituzioni religiose, civili e militari, studiosi di calibro internazionale e numerosi cittadini hanno partecipato alle celebrazioni per il nono centenario del complesso monastico, fondato nel 1126 da Giorgio d’Antiochia, grande ammiraglio e uomo di fiducia di Ruggero II d’Altavilla, primo re normanno di Sicilia. La ricorrenza ha assunto il tono di qualcosa di più di una semplice commemorazione storica. Per tutta la giornata, tra celebrazioni liturgiche e relazioni accademiche, il monastero è apparso come un luogo ancora vivo dentro la coscienza della città, simbolo di una continuità rara: nove secoli attraversati senza interrompere il filo della presenza benedettina.
La giornata si è aperta nella chiesa di San Michele con la Santa Messa mattutina celebrata da Dom Ildebrando Scicolone, Abate emerito dell’abbazia di San Martino delle Scale, seguita dal convegno di studi articolato in due sessioni, ospitate tra il salone della foresteria monastica e la chiesa del monastero stesso. A dirigere i lavori con energia, competenza e passione è stato Don Orazio Placenti (in foto durante l'intervento introduttivo ai lavori), rettore della Regale Abbazia della Madonna dell'Alto e anima dell’iniziativa, che ha richiamato l’importanza di “raccogliere ciò che resta della storia del monastero e restituirlo alla riflessione accademica e culturale”.
Le istituzioni e il valore della memoria. Ad aprire ufficialmente il convegno, i saluti delle autorità. Il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Angelo Giurdanella, ha ricordato il carisma benedettino come equilibrio tra rigore spirituale e umana comprensione, sottolineando come da novecento anni le monache custodiscano quel luogo “con cuore saldo e piedi fermi”, mantenendo viva la regola “nel santo, nel bene e nel bello”. Il vicario del prefetto di Trapani ha invece richiamato il ruolo del Fondo Edifici di Culto (FEC) del Ministero dell’Interno, che nella provincia amministra trentaquattro chiese e numerosi edifici storici, molti dei quali interessati da restauri finanziati anche attraverso il PNRR.
Molto sentito l’intervento del sindaco Salvatore Quinci, che ha insistito sul valore del “tempo lungo” della storia in un’epoca dominata dalla velocità e dall’immediatezza. Il monastero, ha ricordato, non fu soltanto un edificio religioso, ma una vera istituzione cittadina, capace nei secoli di incidere profondamente sulla vita civile, sociale ed economica di Mazara. “Custodire significa trasmettere alle generazioni future una memoria condivisa e un’identità comune”, ha affermato.
Un altro passaggio particolarmente seguito è stato quello dedicato al ruolo femminile nella storia del monastero. L’assessore alla Cultura Germana Abbagnato ha ricordato come, nel Medioevo, luoghi come San Michele abbiano rappresentato per le monache spazi di autonomia, cultura e responsabilità amministrativa. Le badesse che si sono succedute nei secoli gestivano patrimoni ,terre e attività economiche in un’epoca in cui alle donne era normalmente preclusa ogni forma di potere pubblico.
Il monastero, ha sottolineato, fu anche uno straordinario luogo di elaborazione culturale e di incontro tra mondi differenti nella Sicilia normanna.
La Sicilia normanna tra Bisanzio e Benedetto. La sessione mattutina ha poi dato spazio a studiosi di primo piano del mondo accademico. Per primo è intervenuto Dom Ildebrando Scicolone, che ha offerto una riflessione intensa sulla spiritualità benedettina e sul significato della Regola di San Benedetto. “La prima parola della Regola è ‘Ascolta’, l’ultima è ‘Giungerai’”, ha ricordato. Due parole che racchiudono l’intero cammino spirituale benedettino. Scicolone ha parlato del silenzio interiore perduto nel mondo contemporaneo, dell’importanza dell’obbedienza reciproca e del valore della pace evocata dal celebre motto “Pax” presente in tutte le chiese benedettine.
La seconda relazione è stata tenuta da Cristina Rognoni, ordinario di Civiltà bizantina all’Università di Palermo, ha ricostruito il contesto culturale della Sicilia normanna e la figura di Giorgio d’Antiochia, uomo chiave della corte di Ruggero II. Attraverso l’analisi di antiche pergamene di fondazione del Monastero di San Michele, ritrovate negli anni ‘30 nell'Abbazia belga di Maredsous, la studiosa ha mostrato come il monastero nascesse dentro una Sicilia in cui convivevano culture greche, arabe e latine, in un equilibrio che i Normanni seppero utilizzare come raffinato strumento di governo.
Subito dopo Gioacchino Strano, dell’Università di Catania, ha invece approfondito il rapporto tra il mondo normanno e Bisanzio, spiegando come l’impero bizantino rappresentasse per i Normanni un modello politico e culturale di enorme prestigio.
Antonino Tranchina, ricercatore dell’Università di Napoli, ha concentrato il proprio intervento sulle tracce dell’antica fabbrica medievale del monastero nel quadro dell’architettura normanna siciliana, mentre Giovanni Travagliato, dell’Università di Palermo, ha illustrato la storia del prezioso baculo pastorale realizzato dall’argentiere Paolo Gili per la badessa Caterina de Guglielmo tra il 1518 e il1553. Lo studioso ha anche ricostruito le vicende che portarono il manufatto fuori da Mazara tra Otto e Novecento, fino al suo trasferimento nelle collezioni del Museo Salinas di Palermo, dove oggi è custodito nei depositi. Tra la sessione mattutina e quella pomeridiana, studiosi e ospiti si sono ritrovati nel suggestivo chiostro del monastero per un pranzo conviviale immerso nel silenzio delle antiche mura, in un’atmosfera che sembrava sospesa il tempo.
Arte, liturgia e il volto settecentesco di San Michele. Nel pomeriggio i lavori si sono trasferiti nella chiesa, gremita da un pubblico rimasto numeroso fino alle ultime relazioni. Particolarmente apprezzato l’intervento di Giovanni Isgrò dell’Università di Palermo, che ha rievocato con grande efficacia narrativa il dramma liturgico normanno della Pasqua del 1131, celebrato alla presenza di Ruggero II appena incoronato re di Sicilia. Attraverso un affascinante intreccio tra Francia e Italia nel tempo dei Normanni, Isgrò ha ricostruito le caratteristiche di quelle rappresentazioni sacre medievali, considerate una delle matrici più antiche del teatro europeo moderno, in cui liturgia, musica, parola e messa in scena si fondevano in un unico grande racconto simbolico.
La prof.ssa Mariny Guttilla, dell'Università di Palermo, con la relazione sul soffitto affrescato della chiesa del monastero, ha guidato il pubblico dentro uno dei cicli decorativi più suggestivi del complesso monastico. La studiosa ha approfondito il grande affresco del Trionfo di San Michele, attribuito a Tommaso Maria Sciacca, soffermandosi sulla simbologia delle figure e sul significato storico dell’opera, e sui possibili collegamenti con l'esperienza pittorica di Vito D'Anna. Secondo l’interpretazione illustrata durante l’intervento, non si tratterebbe semplicemente del tradizionale trionfo dell’arcangelo su Lucifero, ma di una più complessa allegoria della vittoria sull’eresia e l'idolatria, figlia delle tensioni spirituali e sociali che attraversavano il Settecento siciliano.
Molto seguita anche la relazione del prof. Salvatore Machì, dedicata alla facies settecentesca della chiesa. Attraverso fonti storiche, confronti stilistici e documentari, Machì ha offerto un importante contributo interpretativo sugli apparati decorativi della chiesa, sostenendo che le statue in stucco presenti nella navata sarebbero attribuibili non a un unico autore, ma a due differenti artisti del XVIII secolo: Bartolomeo Sanseverino e Gaspare Firriolo.
Lo studioso si è soffermato sulle differenze stilistiche tra i gruppi scultorei, evidenziando caratteri espressivi e tecnici differenti che aprono nuove prospettive sulla lettura artistica del complesso settecentesco di San Michele. Uno dei momenti più suggestivi della giornata si è avuto proprio nel pomeriggio, quando la luce del sole filtrava dalle finestre della chiesa illuminando stucchi, affreschi e decorazioni barocche mentre scorrevano le relazioni dedicate alla storia artistica del complesso.
Il futuro di una memoria lunga nove secoli. Le celebrazioni si sono concluse alle ore 19 con la Santa Messa presieduta dal vescovo Mons.Angelo Giurdanella, concelebrata dall’arcivescovo Mons. Vito Rallo e dal molto reverendo dom Vittorio Rizzone, abate di San Martino delle Scale, accompagnata dai canti liturgici di don Riccardo Tumminello, monaco benedettino noto al grande pubblico per il programma televisivo "Le ricette del convento".
Ma significato della giornata è andato ben oltre la celebrazione di un anniversario. I novecento anni di San Michele hanno riportato al centro anche la fase delicata che il monastero sta attraversando. Il progressivo ridursi della comunità monastica e il calo delle vocazioni pongono infatti interrogativi concreti sul futuro di uno dei luoghi più identitari di Mazara, nella consapevolezza che custodire San Michele significhi salvaguardare l’anima stessa della città.
Massimo Manzo