Mazara, Giacomo Cuttone: "Roccazzo deve restare un posto da attraversare"
L’area archeologica di Roccazzo si estende per circa venti ettari su un rilievo di roccia calcarea, nei pressi della Borgata Costiera, nel territorio di Mazara del Vallo. È un insediamento prevalentemente eneolitico (III millennio a.C.), con tracce di frequentazione neolitica e dell’età del Bronzo, scoperto nel 1985 dalla Soprintendenza per i Beni Culturali di Trapani e indagato in modo sistematico negli scavi del 2008 diretti da Sebastiano Tusa.
Un sito ampio, stratificato, prezioso: capanne preistoriche, necropoli, resti di un edificio di epoca greca, materiali oggi custoditi — o meglio, dimenticati — in un museo cittadino chiuso da troppo tempo.
Eppure Roccazzo non è uno di quei luoghi che si impongono allo sguardo. Non ha monumenti ricostruiti, né percorsi guidati, né pannelli che rassicurano il visitatore spiegando tutto. È un luogo che chiede attenzione più che spettacolo. Forse anche per questo, da anni, è rimasto ai margini.
Ma il silenzio, quando diventa abbandono, smette di essere una virtù.
Oggi Roccazzo è fragile non perché privo di valore, ma perché privo di relazione. Non dialoga più con la comunità, non incontra le nuove generazioni, non rientra nei circuiti di un turismo che troppo spesso confonde la valorizzazione con l’intrattenimento. Lo dimostrano anche le condizioni di degrado ambientale rilevate nell’agosto 2024 dalla IV Commissione consiliare del Comune di Mazara del Vallo, che ha segnalato l’abbandono di rifiuti e la necessità di interventi urgenti di tutela.
Eppure Roccazzo potrebbe diventare altro. Potrebbe essere un laboratorio.
Non un parco archeologico nel senso classico, non l’ennesima tappa da aggiungere a un itinerario affollato, ma un luogo della conoscenza lenta. Uno spazio in cui l’archeologia torni a essere strumento di pensiero critico, capace di accettare la propria incompletezza e di mostrarla. Perché la storia non è mai una certezza definitiva, ma un processo, fatto di ipotesi, di metodo, di domande aperte.
Valorizzare Roccazzo non significa renderlo spettacolare. Significa renderlo leggibile. Curato, accessibile, raccontato con onestà. Con pochi interventi materiali e molta attenzione culturale: sentieri essenziali, manutenzione costante, una narrazione che non semplifichi né edulcori.
Raccontare Roccazzo significa anche raccontare la ricerca, lo scavo, il lavoro silenzioso che ha portato alla luce quelle pietre. Significa ricordare il pensiero di Sebastiano Tusa e restituire dignità non solo ai reperti, ma al processo che li ha generati. Perché anche la ricerca è patrimonio.
Il digitale può aiutare, se resta discreto: strumenti leggeri che accompagnino il visitatore senza sostituire l’esperienza del luogo. Roccazzo deve restare un posto da attraversare, non da consumare.
Soprattutto, può tornare a vivere se diventa uno spazio abitato dai giovani. Scuole, università, cantieri-scuola, laboratori: un’aula a cielo aperto dove imparare non solo l’archeologia, ma il valore della cura, della responsabilità, della cittadinanza culturale. Un patrimonio che nessuno usa è un patrimonio destinato a scomparire.
I grandi siti hanno voce e risorse. I luoghi minori, spesso, hanno solo silenzio. Eppure sono proprio questi a raccontare la trama fitta e quotidiana della nostra storia.
Roccazzo forse non diventerà mai famoso. Ma può diventare necessario.
Necessario per Mazara del Vallo, che deve imparare a riconoscersi anche dove finisce il centro. Necessario per le nuove generazioni, che hanno diritto a un rapporto più onesto con il passato. Necessario per ricordarci che la cultura non è ciò che luccica, ma ciò che resta quando il clamore si spegne.
Forse è tempo di guardare Roccazzo non come un problema da risolvere, ma come una possibilità che aspetta, da troppo tempo, qualcuno disposto ad ascoltare.