Mazara, Fidel Castro evocato in Consiglio comunale: quando la storia diventa una clava retorica…
La seduta del Consiglio comunale di Mazara del Vallo di ieri mattina ha regalato un momento che difficilmente finirà negli annali della politica cittadina, ma che merita comunque una riflessione. A un certo punto è spuntato anche Fidel Castro, evocato come paradigma dell'autoritarismo. Fra voli onirici e prese di distanze quanti hanno assistito, anche attraverso i social (croce e delizia del nostro tempo) alla seduta, hanno forse temuto che il solo pronunciare quel nome potesse trasformare Palazzo dei Carmelitani nella “Plaza de la Revolución”.
Il problema, però, non è essere favorevoli o contrari a Fidel Castro: la storia, quella vera, è molto meno comoda di clave retoriche e di semplici slogan. Fidel Castro è stato certamente un leader che ha governato Cuba senza il pluralismo politico delle democrazie occidentali, aspetto che continua a essere oggetto di forti critiche e di approfonditi studi storici. Ma ridurre oltre sessant'anni di storia cubana alla parola "dittatura", senza distinguere contesti, cause e conseguenze, significa fare un torto prima di tutto alla cultura politica.
La Rivoluzione cubana del 1959 (che portò alla caduta della dittatura filoamericana dell'allora presidente Fulgencio Batista) ha infatti rappresentato anche un esperimento sociale che, nonostante oltre sessant'anni di embargo economico statunitense e continui tentativi di isolamento internazionale (vedi anche l'attuale posizione ambigua dell'Italia), ha costruito un sistema sanitario e scolastico universalistico riconosciuto in molti contesti internazionali. Durante la pandemia da Covid-19, Cuba riuscì persino a sviluppare vaccini propri e inviò medici in numerosi Paesi attraverso le brigate sanitarie internazionali, confermando una tradizione di cooperazione sanitaria che dura da decenni. Ma la memoria individuale spesso è corta: si legge (quando si ha il tempo) e si interpreta ciò che conviene e spesso anche per meri calcoli politici.
Ripetiamo, non vogliano certamente cancellare le criticità del sistema politico cubano, ma è superficiale giudicare una vicenda storica esclusivamente con una parola. Forse qualcuno avrebbe potuto ricordare anche un altro aspetto. Guardando alle difficoltà che oggi vivono tanti ospedali italiani, tra carenza di personale, liste d'attesa infinite e progressivo depotenziamento dei servizi pubblici, viene spontaneo chiedersi se una sanità concepita davvero come diritto universale non abbia ancora qualcosa da insegnare. Non significa idealizzare Cuba né ignorarne i problemi economici, aggravati anche dall'embargo, ma riconoscere che esistono modelli dai quali si possono trarre spunti senza per questo importarne ogni caratteristica politica.
Ed è proprio qui che il paragone con le dittature fasciste europee mostra tutti i suoi limiti. La storia non si studia per sovrapporre etichette, ma per comprendere differenze, contesti e responsabilità. Fascismo e Rivoluzione cubana nascono da matrici ideologiche, sociali e geopolitiche profondamente diverse. Assimilarle automaticamente significa rinunciare all'analisi in favore della propaganda. Più che una prospettiva "turistica" servirebbe assumere quella dei viaggiatori (non stiamo a spiegare qui la sostanziale differenza...)
Fidel Castro, durante il processo per l'assalto alla caserma Moncada, pronunciò una frase destinata a diventare celebre: "La storia mi assolverà". Era il titolo della sua autodifesa e, successivamente, di uno dei testi politici più conosciuti del Novecento. Se la storia lo abbia assolto o meno, il giudizio resta affidato agli studiosi e alle coscienze di ciascuno. Su una cosa, invece, si può azzardare una previsione meno controversa: quanti politici locali potranno confidare nello stesso destino? La memoria storica collettiva è severa: qualsiasi momento estemporaneo social finisce prima o poi nel dimenticatoio.
Francesco Mezzapelle