Mazara, emergenza rifiuti: il disagio si protrae per i proprietari terrieri
Mazara, emergenza rifiuti: il disagio si protrae per i proprietari terrieri. Due le strade possibili per il futuro
L’incresciosa situazione rifiuti che imperversa a Mazara del Vallo in contrada San Nicola continua a costellarsi di interrogativi. Dopo la segnalazione da parte di alcuni turisti che si trovavano di passaggio nella zona del ponte che collega l’area con l’ingresso a Campobello di Mazara e le polemiche scaturite dal cambiamento del calendario per la raccolta differenziata e i continui cumuli di scarti di ogni tipo comunque avvistati in giro, a porre degli interrogativi è la situazione riguardante i proprietari di appezzamenti di terreno presenti intorno alla contrada in questione. Proprietari terrieri che, in passato, si sono ritrovati con le mani legate a causa dei vincoli posti dalla persistenza della zona SIC (Sito d’Interesse Comunitario) che, accompagnata dalla direttiva 92/43/CEE, definita anche direttiva “Habitat”, che costituisce uno dei pilastri della rete Natura 2000, non consente lo sfruttamento del terreno così come gli stessi proprietari vogliono, sia per la gestione del medesimo secondo le proprie scelte, sia nell’affidare la gestione a produttori di energie alternative, attraverso la creazione di aree per il loro sfruttamento. Una sorta di spada di Damocle cui la comunità in questo momento vede difficile la possibilità di togliersi di dosso e che, purtroppo, non serve neanche a dissuadere cittadini senza scrupoli a riversarvi scarti e altro materiale nocivo.
Per salvaguardare dunque il futuro dell’area e dell’ambiente che la circonda, le soluzioni, dunque, potrebbero essere due: consentire ai proprietari terrieri, previa la rimozione o riesaminazione parziale o totale dei vincoli SIC esistenti, di poter alienare questi terreni a delle realtà che possano riqualificarli e di conseguenza renderli compatibili anche con una destinazione di carattere ambientale come appunto quella della produzione di energie alternative, il che potrebbe a quel punto far porre degli interrogativi agli ambientalisti; oppure, auspicare che l'ente locale, piuttosto che la Regione o l'Unione Europea, predisponessero l'acquisizione dei suddetti terreni mediante un indennizzo che potrebbe contribuire alla realizzazione in tutto e per tutto di una riserva naturale paesaggistica protetta degna di questo nome.
Due strade per una scelta che potrebbe in qualche modo venire incontro all’esigenze che la stessa direttiva CEE 92/43 prevede al suo art. 6, il quale impone di evitare il degrado degli habitat che ad oggi, vista l’incresciosa situazione riguardante i rifiuti, sono a forte rischio.
Tommaso Ardagna