Mazara, “ammucca ficu. Cronaca della credulità mazarese”. Di Giacomo Cuttone
Riceviamo e pubblichiammo il seguente articolo inviato da Giacomo Cuttone:
Una bocca spalancata, gli occhi sgranati, lo stupore dipinto in faccia. Ma qui non c’è nessun mostro né un precipizio davanti a cui restare senza fiato: c’è soltanto una gigantesca fandonia. E qualcuno pronto a bersela fino all’ultima parola.
“Ammucca ficu” – letteralmente “mangia fichi” – è un’espressione del dialetto siciliano usata per indicare una persona ingenua, troppo credulona, facile da abbindolare con promesse, chiacchiere e racconti improbabili. Uno che resta lì, a bocca aperta, mentre gli vendono qualsiasi storia.
Nel Trapanese, e soprattutto a Mazara del Vallo, il termine è entrato così profondamente nella cultura popolare da diventare un vero e proprio epiteto, una ‘ngiuria: uno storico soprannome, usato spesso in tono ironico e bonariamente canzonatorio per riferirsi ai mazaresi.
Nei paesi vicini, infatti, i mazaresi vengono chiamati proprio “ammucca ficu”: persone considerate buone, fiduciose, con quella naturale inclinazione ad abboccare facilmente. E quando una città raggiunge un simile livello di fiducia collettiva, prima o poi succede l’inevitabile: la politica locale smette di amministrare e comincia direttamente a scrivere fantasy.
A Mazara, ormai il Consiglio Comunale sembra una puntata speciale di Voyager, solo con meno rigore scientifico.
C’è ancora chi sostiene che “i comunisti mangiano i bambini” e riesce comunque a essere votato serenamente. Altri sono convinti che la draga del porto possa “ripulire il fiume Mazaro” o contribuire al ripascimento della spiaggia libera. Perché a Mazara la draga non è una semplice macchina che scava fondali. È il femminile del drago: una creatura mitologica pronta a emergere dal porto sputando fuoco e risolvendo magicamente alghe, fango, traffico, debiti comunali e forse pure problemi sentimentali. “Sta arrivando la draga!” e mezza città immagina una bestia uscita da Game of Thrones passeggiare sul lungomare. Nel resto del mondo una draga scava, a Mazara compie miracoli.
Poi ci sono quelli che credono ancora alle promesse elettorali. E lì non siamo più nella satira: entriamo direttamente nel soprannaturale.
Ogni cinque anni arriva il candidato di turno promettendo il turismo internazionale, il porto modello Dubai, il terzo ponte (che ormai non è più un’opera pubblica ma una religione), parcheggi infiniti, il lungomare perfetto senza gli ipogei “Harry”, giovani che tornano, giovani che restano e giovani che, miracolosamente, trovano pure lavoro.
E naturalmente non poteva mancare il grande sogno urbanistico del nostro tempo: la pista ciclabile. Sulla carta un’ottima idea, e infatti quella del Lungomare Fata Morgana è diventata subito un simbolo cittadino. Non tanto della mobilità sostenibile, quanto della sopravvivenza estrema. Più che una pista ciclabile, sembra un videogioco a ostacoli: da una parte i pedoni in cerca di brezza marina, dall’altra le auto parcheggiate a ridosso della carreggiata, in mezzo, il ciclista avanza con la concentrazione di un artificiere. Poi ci sono i dettagli urbanistici che l’hanno resa quasi poetica. Come il celebre “caso fosse settiche”: blocchi di cemento che impedivano ai mezzi di spurgo di raggiungere alcuni lidi. E il brivido non manca: ogni sportello che si apre accanto alla pista diventa una roulette russa per chi pedala. Altro che cicloturismo: qui siamo tra rally urbano e sport estremo.
Ma l’“ammucca ficu” mazarese guarda oltre, molto oltre. Infatti c’è già chi ha promesso di estenderla fino a Torretta Granitola da un lato e fino a Petrosino dall’altro. Una specie di Via della Seta del pedalò siciliano. A questo punto manca soltanto il collegamento diretto con Amsterdam e siamo a posto. E il mazarese, puntualmente: “Minchia… stavolta forse è vero”.
Ma il vero superpotere dell’“ammucca ficu” è un altro: riuscire a credere contemporaneamente a tutto e al contrario di tutto.
A Mazara puoi incontrare tranquillamente qualcuno che non si fida dei vaccini ma crede ai vocali WhatsApp dello zio pescatore; pensa che il Wi-Fi faccia male però dorme col cellulare sotto il cuscino; crede alle scie chimiche; odia la politica ma vota sempre “picchì mi fici lu piaciri”. E forse il punto è proprio questo: gli “ammucca ficu” non sono creduloni, sono ottimisti estremi. Perché soltanto un mazarese riesce a guardare trent’anni delle stesse promesse, degli stessi problemi e delle stesse facce… e dire ancora: “Vabbè, diamogli una possibilità.” A furia di “dargli una possibilità”, ci sono vicesindaci che sono in carica dal Paleolitico.
Gli “ammucca ficu” credono persino che a Mazara 2 l’immondizia possa sparire per più di ventiquattro ore consecutive. Si continua a pulire sperando che, prima o poi, qualcuno venga improvvisamente illuminato dalla raccolta differenziata. Una fiducia ostinata, quasi metafisica, nella trasformazione improvvisa delle abitudini collettive.
Per quanto riguarda il verde pubblico, a Mazara esiste davvero, solo che è spontaneo: nasce direttamente dalle crepe dei marciapiedi. Una forma di botanica anarchica.
La verità è che il mazarese è un visionario, uno che vede una buca di due metri in mezzo alla strada e pensa: “Secondo me stanno iniziando i lavori”.
Talmente visionario che ormai, quando parla del centro storico, lo chiama direttamente come i turisti: “la Casbah”.
E infine ci sono loro: i passaggi a livello.
A Mazara del Vallo c’è stato persino un sindaco che ha vinto due volte promettendo di eliminarli tutti. E il bello è che i mazaresi ci hanno creduto davvero. Perché l’“ammucca ficu” mazarese non si accontenta della bugia plausibile. Vuole l’epica. Le sbarre restano abbassate quarantacinque minuti, il treno nemmeno si vede e nel frattempo nasce una spiritualità collettiva.
Alla fine, le tre vere certezze per il mazarese sono: la Cena dei Mille (che non c’entra niente con Garibaldi), la Festa del Pane e della Pasta a Costiera e Povia live praticamente tutto l’anno.
Forse è proprio questo il significato più profondo dell’“ammucca ficu”: conservare una fiducia quasi commovente nella fantascienza amministrativa.