"La vita in verticale", il precipizio del nostro tempo

Redazione Prima Pagina Mazara

Ci sono libri che raccontano i fatti e libri che, attraverso i fatti, cercano di spiegare il mondo. “La vita in verticale. Cronache dal precipizio”, di Giacomo Di Girolamo, appartiene a questa seconda categoria. Pubblicato da Il Saggiatore (251 pag. 18 euro), il volume è un viaggio dentro le contraddizioni della contemporaneità, un’indagine lucida e inquieta sul rapporto tra realtà, verità e rappresentazione. 

E’ stato presentato ieri sera nella sala del Seminario Vescovile nel contesto della VIII Edizione del Festival Internazionale della fotografia e del giornalismo del Mediterraneo "Marenostrum" organizzato dall’Associazione “I vicoli del Mediterraneo, presieduta da Roberto Rubino, sostenuto da istituzioni e da privati. Con Di Girolamo ha dialogato il giornalista Francesco Mezzapelle, direttore di Prima Pagina Mazara, che ha posto una serie di domande e di interrogativi sui contenuti del saggio. (In foto da sx Giacomo Di Girolamo e Francesco Mezzapelle durante la presentazione).

Il titolo del libro è già una chiave di lettura. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra scorrere dall’alto verso il basso, dentro gli schermi degli smartphone, attraverso immagini, video e notizie che si susseguono a una velocità vertiginosa. La vita diventa verticale, proprio come i contenuti digitali che consumiamo quotidianamente. Ma, mentre tutto scorre, qualcosa rischia di perdersi: la capacità di comprendere, di fermarsi, di distinguere ciò che è vero da ciò che appare.

Di Girolamo parte dalla cronaca, materia che conosce profondamente grazie al suo lavoro di giornalista, direttore di TP 24, per spingersi oltre la semplice ricostruzione degli avvenimenti. Le storie che attraversano il libro sono vicende umane dolorose, talvolta estreme, nelle quali la sofferenza individuale si intreccia con lo sguardo spesso impietoso della collettività. Una tragedia può trasformarsi in un video virale, una morte in un contenuto da condividere, una persona in un'immagine da giudicare senza conoscerne davvero la storia.

È qui che il libro mostra la sua forza critica. Non siamo più soltanto spettatori di ciò che accade: siamo anche parte di un meccanismo che trasforma gli eventi in rappresentazioni, alimentando curiosità, indignazione e giudizi immediati. La realtà viene consumata in fretta, spesso prima ancora di essere compresa. E quando l'emozione del momento lascia spazio alla notizia successiva, le persone coinvolte rischiano di scomparire una seconda volta, dimenticate dietro il flusso incessante delle informazioni.

L'autore invita il lettore a interrogarsi su questa trasformazione, senza offrire facili consolazioni. La sua scrittura intreccia cronaca e autobiografia, ironia e riflessione, mantenendo uno sguardo attento alle fragilità degli esseri umani. Il risultato è un racconto che non si limita a descrivere il presente, ma ne mette in discussione le abitudini, le responsabilità e le zone d'ombra.

Particolarmente significativa è la riflessione sulla verità. In una società dominata dalla comunicazione istantanea, ciò che appare può finire per contare più di ciò che è realmente accaduto. Le immagini sembrano parlare da sole, ma non sempre spiegano; spesso mostrano soltanto un frammento, lasciando fuori il contesto, le cause e le responsabilità. Il rischio è che la complessità venga sacrificata sull'altare della velocità e che il bisogno di trovare subito un colpevole prevalga sulla ricerca paziente dei fatti.

In questo scenario, anche il giornalismo è chiamato a una prova decisiva. Raccontare non significa soltanto informare, ma verificare, contestualizzare e restituire dignità alle persone. Significa resistere alla tentazione del sensazionalismo e ricordare che dietro ogni notizia esistono vite, relazioni, solitudini e sofferenze che nessuna immagine può esaurire.

“La vita in verticale” non è, dunque, soltanto un libro sulla comunicazione o sui suoi eccessi. È soprattutto un libro sull'essere umano, sulla sua vulnerabilità e sulla difficoltà di conservare uno sguardo autentico in un mondo che sembra chiedere continuamente di esibirsi. Il precipizio evocato nel sottotitolo non è soltanto quello delle singole tragedie: è anche il vuoto morale che può aprirsi quando ci abituiamo al dolore degli altri, trasformandolo in spettacolo.

Il libro è, in definitiva, un invito alla responsabilità e alla consapevolezza. Guardare nel precipizio significa riconoscere non soltanto le cadute degli altri, ma anche le nostre. Perché la sfida più difficile, oggi, non è riuscire a vedere tutto, bensì imparare a vedere davvero. E forse proprio da questa capacità di rallentare, comprendere e non voltarsi dall'altra parte può cominciare una forma di resistenza alla superficialità del nostro tempo.

Salvatore Giacalone