La Spagna vince il Mondiale 2026: piega l'Argentina ai supplementari. Il calcio, però, deve ritrovare la sua anima
La Spagna è campione del mondo. Le Furie Rosse conquistano la loro seconda Coppa del Mondo al termine di una finale intensa e combattuta, disputata al Met Stadium di New York, superando l'Argentina per 1-0 dopo i tempi supplementari. A decidere il match è Ferran Torres, che al primo minuto del secondo tempo supplementare approfitta dell'ennesima disattenzione difensiva di Nahuel Molina – già protagonista in negativo nella semifinale sul gol decisivo di Gordon – e firma il gol che consegna il titolo alla nazionale di Luis De la Fuente.
È stata una finale che la Spagna ha controllato dall'inizio alla fine. Il possesso palla, il ritmo imposto dal centrocampo e la consueta ragnatela di passaggi hanno progressivamente soffocato la manovra argentina. Emblematico un dato: Lionel Messi è riuscito a toccare il suo primo pallone soltanto dopo quindici minuti di gioco, fotografando alla perfezione la superiorità tecnica e tattica degli spagnoli. Eppure, nonostante il dominio territoriale, le occasioni limpide sono arrivate soltanto nel finale dei tempi regolamentari e nei supplementari. A tenere in vita l'Albiceleste ci ha pensato ancora una volta Emiliano "Dibu" Martínez, autore di interventi prodigiosi che hanno rinviato soltanto di qualche minuto un epilogo che sembrava inevitabile.
L'Argentina è apparsa invece la lontana parente della squadra ammirata durante il torneo. La "Scaloneta" ha probabilmente pagato un giorno in meno di riposo dopo le enormi energie spese nella splendida rimonta della semifinale contro l'Inghilterra. Ma non è stata soltanto una questione fisica. Diversi protagonisti sono arrivati all'ultimo atto in condizioni non ottimali: i due centrali difensivi, Lisandro Martínez e Cristian "Cuti" Romero, entrambi già decisivi in questo Mondiale anche con i loro gol, sono stati costretti ad abbandonare il campo durante i novanta minuti. A complicare ulteriormente i piani di Lionel Scaloni è arrivata anche l'ingenuità di Enzo Fernández, espulso poco prima della fine dei tempi regolamentari per un intervento tanto duro quanto evitabile, lasciando i compagni in inferiorità numerica proprio nel momento più delicato della partita. Qualche perplessità la suscitano anche le scelte del commissario tecnico argentino.
Su tutte quella di lasciare inizialmente in panchina Lautaro Martínez, l'uomo che aveva deciso la semifinale con il gol della qualificazione. Una decisione che, alla luce dell'inerzia della gara, appare oggi difficile da comprendere.
Ma sarebbe ingeneroso concentrare l'analisi soltanto sui limiti dell'Argentina. Questa Coppa del Mondo è soprattutto il trionfo della Spagna, arrivata all'atto conclusivo con un percorso praticamente perfetto. Una marcia inarrestabile, caratterizzata da un solo gol subito – contro il Belgio nei quarti di finale – e culminata nella straordinaria vittoria in semifinale contro la Francia, da molti indicata alla vigilia come la principale favorita per il titolo. La squadra costruita da Luis De la Fuente ha mostrato una qualità di gioco rara, un equilibrio quasi perfetto tra organizzazione, tecnica e intensità. Il simbolo di questo successo è stato Rodri, autentico direttore d'orchestra capace di dominare ogni zona del campo e meritatamente premiato con il Pallone d'Oro del Mondiale.
Alle sue spalle ha giganteggiato il giovanissimo Pau Cubarsí, autore di un torneo straordinario. Il difensore ha giocato con la personalità di un veterano e, oltre a conquistare il premio di miglior giovane della competizione, ha salvato il risultato con un intervento prodigioso sull'ultimo assalto argentino. Sempre impeccabile anche Unai Simón, decisivo tra i pali e puntuale nelle uscite, riconosciuto come miglior portiere del torneo.
Al termine della finale la Spagna ha ricevuto la Coppa del Mondo dalle mani del presidente della FIFA, Gianni Infantino, e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ma, ancora prima della cerimonia di premiazione, le telecamere hanno raccontato un'altra immagine destinata a entrare nella memoria collettiva. Lionel Messi, con la medaglia d'argento al collo, gli occhi lucidi e le lacrime sul volto. A trentanove anni il fuoriclasse argentino saluta probabilmente il suo ultimo Mondiale. Nel finale ha tentato fino all'ultimo di trovare il pareggio che avrebbe portato la sfida ai calci di rigore, ma questa volta il destino gli ha voltato le spalle. Lo aveva già fatto nel 2014 in Brasile, quando fu la Germania a negargli il sogno mondiale dopo una finale decisa anch'essa nei tempi supplementari.
Una scena che inevitabilmente richiama un'altra immagine entrata nella storia del calcio: Diego Armando Maradona in lacrime durante la premiazione della finale di Roma 1990. Anche allora fu la Germania a interrompere il sogno dell'Argentina, pochi giorni dopo quella semifinale di Napoli passata alla storia come una delle pagine più intense delle "Notti Magiche". Due generazioni diverse, due campioni immensi, lo stesso dolore. Ma anche la conferma che i grandi campioni restano tali soprattutto nelle sconfitte.
Questo Mondiale, però, lascia in eredità riflessioni che vanno ben oltre il risultato del campo. La sensazione è che il fenomeno sportivo sia sempre più schiacciato dagli interessi economici. Sponsor, pubblicità, nuovi spazi commerciali e intervalli televisivi rischiano di modificare l'essenza stessa del gioco. Ancora più preoccupante appare l'ingresso sempre più evidente della politica nelle vicende calcistiche: il caso Balogun rappresenta un precedente destinato a far discutere e potrebbe lasciare conseguenze profonde anche sulle competizioni future.
Il calcio ha bisogno di ritrovare la propria anima. Deve ripartire dalla semplicità che lo ha reso lo sport più amato del pianeta: una partita improvvisata tra ragazzi in un cortile, nei sobborghi delle grandi metropoli, o tra le macerie di terre ferite dalla guerra e dalla violenza di chi invoca ideali superiori ma insegue soltanto potere e denaro. È lì che il pallone continua a rappresentare speranza, libertà e futuro. È una lezione che riguarda anche l'Italia. La Nazionale azzurra deve avere il coraggio di ripartire dai giovani, dal talento, dalla formazione e dalla cultura del gioco. Perché il calcio non vive soltanto delle vittorie: vive soprattutto della capacità di costruire una nuova generazione di campioni e di restituire ai tifosi quel sogno che, da sempre, rende questo sport qualcosa di molto più grande di una semplice partita.
Francesco Mezzapelle