"La sciamana Meloni" e il "labirinto" del centro sinistra
Non è stata una semplice cronaca di una serata letteraria, ma una vera e propria radiografia della politica contemporanea quella che Massimo Giannini ha offerto al pubblico del Teatro Garibaldi di Mazara del Vallo nel pomeriggio di sabato scorso nell'ambito del Festival "Marenostrum". Dialogando con il giornalista Peppe Ciulla, l'editorialista di Repubblica ha utilizzato le pagine del suo ultimo saggio, "La Sciamana. Meloni, l'ultima trumpista", come lente d'ingrandimento per decifrare le correnti profonde che muovono l'Italia e l'Occidente. Al centro del dibattito, due nodi cruciali: l'ambiguo asse tra Roma e Washington e l'irrisolto rebus delle opposizioni italiane.
Il cuore dell'analisi di Giannini si sviluppa attorno alla metamorfosi geopolitica di Giorgia Meloni, sintomatica di una destra che oscilla costantemente tra ambizioni di governo e pulsioni identitarie. L'autore ha tracciato una precisa parabola nei rapporti tra la Premier italiana e Donald Trump, una relazione vissuta su un'altalena di calcoli e ideologia. In un primo momento, la fascinazione per il "trumpismo" è stata totale, quasi fideistica. Per la destra italiana, Trump rappresentava il modello vincente della rottura degli schemi tradizionali, la dimostrazione che il populismo sovranista poteva espugnare la Casa Bianca.
Tuttavia, il saggio documenta come questa iniziale "luna di miele" si sia progressivamente riempita di dubbi e profonde incertezze. Giannini ha spiegato con lucidità come l'approdo a Palazzo Chigi abbia costretto Meloni a fare i conti con la realpolitik. L'esigenza di accreditarsi come partner affidabile a Bruxelles e nelle cancellerie occidentali ha imposto una postura atlantista ed europeista, entrando in parziale rotta di collisione con l'isolazionismo radicale di Trump. Oggi, quella vicinanza non è più priva di ombre: i dubbi della Premier riflettono il timore di un'America imprevedibile, la cui dottrina economica e geopolitica rischia di schiacciare gli interessi dell'Italia e dell'intera Unione Europea.
Dalla disamina della maggioranza, lo sguardo di Giannini si è inevitabilmente spostato sull'altro lato della barricata, offrendo un'analisi impietosa dello stato di salute della sinistra italiana. Se la destra solleva dubbi e interrogativi, l'opposizione sembra incapace di formulare risposte. Il cosiddetto "Campo Largo" – la vagheggiata alleanza tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e forze di sinistra ed anche centriste – viene descritto dall'autore come un cantiere perennemente aperto che non riesce mai a decollare.
Secondo Giannini, il fallimento strutturale di questo progetto non è legato soltanto a una mera questione di veti personali o di leadership contendibili, ma a una profonda evaporazione programmatica. La sinistra attuale appare intrappolata in una reazione puramente difensiva, incapace di proporre una visione alternativa di futuro che sappia intercettare le paure e i bisogni delle fasce sociali più vulnerabili. Manca un'idea condivisa di Paese, di lavoro, di sviluppo e di welfare; un vuoto identitario che finisce per spianare la strada alla narrazione della "Sciamana".
L'incontro al Garibaldi ha così restituito un quadro politico polarizzato ma asimmetrico: da una parte una destra illiberale che, pur tra mille contraddizioni interne e internazionali, mantiene salda la presa sul potere evocando il "popolo"; dall'altra una coalizione potenziale che non riesce a farsi alternativa credibile. Il libro di Giannini, solleticato dalle domande di Ciulla, si conferma uno strumento essenziale non solo per comprendere dove va la destra di governo, ma per misurare l'urgenza di una ricostruzione culturale che la sinistra non può più permettersi di rimandare.
Salvatore Giacalone