“La Rivoluzione di Giugno”. Di Giacomo Cuttone
La storia è fatta di rivoluzioni. C'è stata quella francese, che abbatté monarchie e privilegi. Quella industriale, che trasformò il lavoro e la società. Quella russa, che ridisegnò gli equilibri del mondo. E poi arrivò la Rivoluzione di giugno: il giorno in cui a Tonnarella si scoprì che per andare al mare sarebbe stato necessario parcheggiare a qualche centinaio di metri dalla spiaggia.
Le cronache dell'epoca raccontano di una comunità colta di sorpresa da un cambiamento che, a giudicare dalle reazioni, sembrava destinato a modificare l'ordine naturale delle cose più di quanto non avessero fatto internet, gli smartphone o il passaggio dalla lira all'euro.
I testimoni riferiscono di cittadini smarriti che vagavano ponendosi interrogativi esistenziali: "E adesso come faremo?". Alcuni sostengono persino di aver visto persone consultare mappe e valutare percorsi a piedi, una pratica che si riteneva scomparsa insieme alle cabine telefoniche.
La rivoluzione consisteva in un concetto semplice ma sconvolgente: il lungomare non doveva necessariamente trasformarsi ogni estate in un gigantesco parcheggio lineare. Un'idea talmente audace da apparire, per alcuni, più vicina alla fantascienza che alla pianificazione urbana.
Eppure i numeri raccontavano una realtà ostinata. Le strade immaginate quando in città circolavano poco più di quindicimila veicoli oggi devono accoglierne quasi quarantamila. In pratica, per quarant'anni abbiamo continuato a comprare automobili confidando che, prima o poi, qualcuno inventasse il parcheggio elastico.
Sul Lungomare Fata Morgana si combatteva da anni quella che gli storici del futuro probabilmente chiameranno la Grande Guerra del Posteggio. Un conflitto permanente tra automobili, motocicli, biciclette, pedoni, bagnanti, residenti, fornitori, mezzi di soccorso e occasionali avventurieri convinti di poter trovare parcheggio alle undici del mattino di una domenica d'agosto.
Ogni estate si ripeteva lo stesso miracolo statistico: migliaia di persone cercavano di raggiungere contemporaneamente lo stesso luogo, alla stessa ora, pretendendo possibilmente di lasciare l'auto a una distanza compatibile con il lancio di un ombrellone. Quando ciò non accadeva, la responsabilità veniva attribuita a turno al Comune, alla Regione, allo Stato, all'Europa, al cambiamento climatico o a qualche oscura congiura internazionale.
E naturalmente, negli ultimi anni, c'era lei: la pista ciclabile.
Accusata di qualsiasi cosa, dalla congestione del traffico alle mareggiate, passando per le cattive stagioni della pesca e, probabilmente, per qualche sconfitta della nazionale di calcio. Eppure qualche eretico continuava a sostenere che, se alcune centinaia di persone scegliessero la bicicletta anziché l'automobile, il problema dei parcheggi si ridurrebbe sensibilmente. Una teoria accolta con lo stesso entusiasmo riservato alle invasioni aliene e alle tasse comunali.
La rivoluzione portò con sé sensi unici, limiti di velocità, divieti di sosta e soprattutto navette elettriche, figure quasi mitologiche attorno alle quali iniziarono immediatamente a fiorire leggende, dubbi e profezie: "Ogni quanto passeranno?", "Quante saranno?", "Funzioneranno davvero?".
Domande legittime. Le stesse che l'umanità si pone da sempre davanti a ogni innovazione, dal treno a vapore all'ascensore, fino alle applicazioni che promettono di trovare parcheggio e poi spariscono proprio quando servono.
Nel frattempo i parcheggi di interscambio venivano elevati a nuova frontiera dell'esperienza balneare. Qualcuno chiedeva pensiline. Qualcun altro domandava aree d'ombra. I più temerari arrivavano persino a pretendere manutenzione costante e decoro urbano, richieste che in certi ambienti amministrativi vengono ancora considerate forme avanzate di utopia.
Sul tutto vegliava silenziosamente il semaforo tra via del Mare e via Bessarione, spento da mesi e ormai assimilabile a un reperto archeologico. Immobile e muto, ricordava a tutti una delle leggi fondamentali del Paese: il futuro arriva quasi sempre prima delle riparazioni.
Così, tra entusiasmi, paure, statistiche e nostalgici del parcheggio selvaggio, la città si preparò al cambiamento.
Forse tra qualche anno questa vicenda verrà ricordata come una scelta inevitabile, proprio come accade oggi per molte trasformazioni che inizialmente sembravano impossibili.
Oppure no.
Ma una cosa appare già certa: se davvero questa è una rivoluzione, si tratta probabilmente della prima nella storia in cui il popolo non reclama pane, lavoro o libertà, ma il diritto inalienabile di lasciare l'automobile a meno di trenta metri dall'acqua.
E, come ogni rivoluzione che si rispetti, anche questa sarà giudicata dalla storia. O, più probabilmente, dalla disponibilità di parcheggi nel prossimo fine settimana di agosto.
Giacomo Cuttone