Il partito che non c'è. Di Giacomo Cuttone
Nacque dall'unione di due culture politiche diverse, una di centro e una di sinistra. Più una convivenza forzata che un vero matrimonio. Nessuna passione, nessuno slancio ideale condiviso: semplicemente la necessità di stare sotto lo stesso tetto.
Da allora molti lo hanno vissuto come un partito-tram. Sale chi ne ha bisogno, percorre qualche fermata, raccoglie incarichi, visibilità e opportunità, poi scende quando ritiene più conveniente proseguire il viaggio altrove. Non sono mancati coloro che vi hanno costruito una carriera politica per poi ritrovarsi, qualche anno dopo, accanto a quelli che fino al giorno prima venivano descritti come avversari irriducibili. Il tram continua a passare. Il problema è che spesso si notano più i passeggeri che il mezzo.
Da anni il partito ha rinunciato a presentarsi con il proprio simbolo, preferendo una strategia di mimetizzazione permanente. Eppure la guida è rimasta sostanzialmente immutata: stessi dirigenti, stessi volti, stessi interpreti di una lunga stagione politica che ha accompagnato l'organizzazione dalla marginalità all'irrilevanza, fino a sfiorare l'invisibilità.
In Consiglio comunale non siedono rappresentanti direttamente riconducibili al partito. Il centrosinistra non governa la città dal 1994. Eppure, a sentire i suoi dirigenti, i numeri sarebbero dalla loro parte. Quali numeri non è sempre facile comprenderlo. Forse appartengono a una matematica particolare, accessibile soltanto agli addetti ai lavori.
A essere onesti, però, questa narrazione presenta una contraddizione. Negli ultimi mesi il partito che non c'è ha continuato a comportarsi come se esistesse davvero. Ha celebrato un congresso cittadino, discusso documenti politici, eletto organismi dirigenti, rinnovato incarichi e riunito iscritti e militanti. Attività che normalmente svolgono le organizzazioni politiche in carne e ossa, non le entità metafisiche.
Forse, più che un partito che non esiste, assomiglia alla Bella Addormentata della politica locale: non morta, non scomparsa, ma immersa in un sonno lunghissimo. Manca però il risveglio. E soprattutto manca ancora il principe capace di spezzare l'incantesimo dell'irrilevanza.
C'è però un elemento che rompe almeno in parte questa immagine di immobilità: i giovani.
Quegli stessi giovani che, secondo una lettura ormai diffusa, avrebbero abbandonato la politica per rifugiarsi nei social network e nell'attivismo occasionale. E invece qualcuno ha deciso di fare il contrario: organizzarsi, confrontarsi, eleggere rappresentanti e costruire una struttura politica giovanile. Hanno persino recuperato parole che sembravano finite in soffitta: partecipazione, comunità, impegno, futuro.
Qui emerge il vero nodo politico. Perché una comunità politica non si rigenera semplicemente evocando il cambiamento: deve praticarlo. Se i giovani vengono coinvolti ma continuano a trovare gli stessi meccanismi, gli stessi equilibri e gli stessi gruppi dirigenti, il rischio è che il cosiddetto "nuovo corso" assomigli più a una riedizione che a una ripartenza. Chi ha contribuito a rendere il partito invisibile difficilmente può essere il protagonista della sua rinascita.
La politica, però, obbedisce a una regola semplice: non basta esserci. Bisogna essere percepiti.
Da una parte c'è un gruppo dirigente che sembra sospeso nel tempo, in attesa di un risveglio che continua a essere annunciato ma non arriva mai. Dall'altra c'è una realtà che cambia rapidamente: mutano gli equilibri politici, nascono e scompaiono movimenti, liste e coalizioni, si trasformano i bisogni e le aspettative degli elettori.
Nel frattempo si continua a evocare il "campo largo". Ma la realtà locale appare molto più ristretta delle formule politiche utilizzate per descriverla. Si discute di alleanze, strategie e prospettive future, mentre resta aperta una domanda essenziale: quale proposta si vuole offrire alla città e chi dovrebbe interpretarla?
Le prossime scadenze elettorali si avvicinano. Regionali, politiche, europee, referendum. Il tempo delle evocazioni sta per esaurirsi. Perché il consenso non nasce nei comunicati stampa. Non cresce nelle dichiarazioni. Non si materializza durante i congressi. Va costruito giorno dopo giorno, sul territorio, tra le persone, nella capacità di rappresentarne bisogni, aspettative e speranze.
Servono presenza, riconoscibilità e credibilità. Servono idee nuove, ma anche volti capaci di renderle credibili. Servono spazi reali per chi vuole impegnarsi, non semplici operazioni di facciata.
Altrimenti il rischio è quello di restare sospesi tra il racconto e la realtà. Perché la Bella Addormentata può continuare a dormire ancora a lungo, mentre fuori la vita politica continua a scorrere. E alla fine il rischio è semplice: che il partito che non c'è finisca per non esserci davvero.
Giacomo Cuttone