Bianca, “la regina-coraggio” che amò Mazara, si racconta (post mortem) a Sal Giacalone

Redazione Prima Pagina Mazara

Una donna, una Regina che amò Mazara del Vallo e che cercò di proteggerla dai nemici. Con coraggio affrontò la vita da donna e da Regina non solo del suo regno ma anche dai nemici interni ed esterni. Da donna affrontò tutte le situazioni con grande spirito di sacrificio per difendere la “sua” Mazara. Ecco un'intervista "impossibile" alla Regina Bianca di Navarra, l'ultima regina di Sicilia, definita anche “donna-coraggio”, ambientata idealmente tra le mura di Mazara del Vallo che lei frequentò come Vicaria del regno dopo la morte di Martino il Giovane. La incontro sul lungomare e ci sediamo in una delle panche E’ una calda mattina primaverile. Mare e cielo sono un tutt’uno. La Regina è scortata da sei militari, indossa un abito celeste con ornamenti. Molto bella, elegante, il colore di donna mediterranea. Mi inchino, lei fa un cenno con la mano per sederci.

Maestà, corre l’anno 1410, siamo di fronte al mare nel cuore del Vallo. Lo storico mazarese Filippo Napoli scrive che lei amava questa terra. Com’era governare la Sicilia nel 1410, da sola, dopo la morte di suo marito Martino?

“Era come camminare su una lama di spada. Ero giovane, straniera e vedova una terra di baroni affamati di potere. Martino morì in Sardegna nel 1409, lasciandomi il peso di un regno che non voleva padroni stranieri. Mazara del Vallo era il mio rifugio, una città fedele che dominava il mare, essenziale per mantenere i contatti con la mia Navarra e con l'Aragona”.

Si parla molto del suo nemico giurato, Bernardo Cabrera. È vero che la inseguì fin dentro i palazzi per costringerla a sposarlo?

“Il Conte Cabrera non cercava il mio cuore, ma la mia corona. Mi ha perseguitata ovunque. A Palermo tentò di rapirmi nel Palazzo Reale; dovetti fuggire nella notte verso Messina e poi rifugiarmi in fortezze sicure come Randazzo o Paternò. La leggenda dice che fossi "la donna fugata", ma io non fuggivo per paura: manovravo per salvare l'indipendenza di quest'isola”.

Lei ha lasciato un segno profondo nelle leggi siciliane. A Paternò, nel 1405, emanò le "Consuetudini". Cosa voleva proteggere?

“Volevo l'ordine. In un'epoca di caos, le leggi scritte sono l'unica difesa per i deboli. Ho regolato il diritto di famiglia, le successioni e persino il trattamento della servitù. Una regina non deve solo sedere sul trono, deve assicurarsi che la giustizia arrivi nelle piazze e nei mercati”.

Mazara oggi la ricorda ancora. Cosa vede nel futuro di questa città?

“Vedo il suo porto, che per me è la porta del mondo. Spero che Mazara non dimentichi mai di essere stata una capitale, un luogo dove la cultura araba, normanna e spagnola si sono fuse per creare qualcosa di unico. Io ero una regina di Navarra, ma il mio spirito è rimasto tra i giardini e le pietre calde di questa Sicilia”.

Maestà, si dice che il vostro momento più buio fu nel 1411, quando il Cabrera sembrava aver stretto la Sicilia in una morsa. Ma proprio allora, a Salemi, accadde qualcosa di straordinario. I rappresentanti di Mazara, Trapani, Marsala, Monte San Giuliano, Castelvetrano e Partanna si riunirono per giurarvi fedeltà. Cosa ricorda di quel patto?

(Regina Bianca sospira, con uno sguardo fiero) “Ricordo il coraggio della "Sicilia fedele". A Salemi non si riunirono solo soldati, ma l'anima stessa del Vallo. Quegli uomini sapevano che difendere me significava difendere la libertà delle loro città dal giogo di un tiranno. Mazara, in particolare, non mi mandò semplici messaggeri, ma i suoi figli più illustri”.

Filippo Napoli menziona proprio i delegati mazaresi. C'erano il nobile Francesco de Sigerio, insieme a Giuffo Maccagnone, Nicolò Ferro e Stefano Grignano. Erano uomini di cui vi fidavate ciecamente?

“Più che della mia stessa ombra! Francesco de Sigerio era un uomo di rara saggezza politica. Quando lui, insieme a Maccagnone, Ferro e Grignano, mise il sigillo di Mazara su quel documento d'alleanza, capii che non ero più una regina in fuga. Quei nobili portavano con sé il peso di una città che era stata capitale. Non chiedevano favori, offrivano scudi e spade”.

Quell'alleanza tra le città del Vallo cambiò le sorti della guerra civile, vero?

“Senza dubbio. Il patto di Salemi fu il muro contro cui si infransero le ambizioni del Cabrera. Vedere Mazara e Trapani unite sotto il mio vessillo, rappresentate da nomi così prestigiosi, diede coraggio a tutta l'Isola. Stefano Grignano e gli altri non difendevano solo una donna, ma l'onore di una terra che non voleva piegare la testa. Senza il loro giuramento in quel 1411, forse la storia della Sicilia sarebbe stata scritta con inchiostro molto più oscuro. Ora mi scusi, devo andare, mi aspetta gente comune che ha bisogno di aiuto. Scriva che amo la città e la sua gente”.

L’aspetta la carrozza con 4 cavalli bianchi. Buona giornata Maestà. Dalla carrozza un ultimo saluto.

Salvatore Giacalone