11 settembre, 25 anni dopo: abbiamo costruito un muro di paura intorno al mondo
L'11 settembre 2001 con l'attestato alle Torri Gemelle di New York il mondo cambiò volto. Oggi, a 25 anni dall’attentato alle Torri Gemelle, la domanda più scomoda è forse quella che continuiamo a evitare: siamo davvero più sicuri di allora?
Dopo quel giorno l’Occidente ha dichiarato guerra al terrorismo, ma nel frattempo le guerre sono aumentate, le crisi si sono moltiplicate e la paura è diventata una presenza quasi permanente. Emergenze, minacce, attentati, conflitti, frontiere blindate, controlli sempre più invasivi: in nome della sicurezza abbiamo progressivamente accettato l’idea che qualche libertà individuale possa essere sacrificata.
Il risultato, però, è difficile da ignorare: un mondo che appare tutt’altro che pacificato e forse persino più insicuro.
Dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria all’Ucraina, fino al dramma senza fine del Medio Oriente, il linguaggio della diplomazia sembra spesso lasciare spazio a quello delle armi. E mentre le bombe continuano a cadere, crescono nazionalismi e sovranismi, si alzano muri e torna prepotente la logica del “prima noi”.
È una regressione che dovrebbe preoccupare soprattutto l’Europa, continente che ha conosciuto sulla propria pelle gli orrori del nazismo e della guerra e che proprio da quelle macerie aveva costruito il progetto di un’Europa fondata sulla cooperazione, sulla pace e sulla democrazia.
Eppure anche quel modello oggi appare affaticato: la sicurezza viene sempre più spesso utilizzata come giustificazione per restringere spazi di libertà, mentre la politica sembra riscoprire la forza come strumento ordinario dei rapporti internazionali.
In questo quadro non può essere ignorata neppure la questione israeliana. La sicurezza di Israele è un diritto e una necessità, ma questo non può trasformarsi in una cambiale in bianco per qualunque politica militare o territoriale. Le conseguenze delle operazioni e delle scelte del governo israeliano sui civili palestinesi hanno alimentato accuse durissime di violazioni del diritto internazionale e hanno reso ancora più drammatica una crisi che dura da generazioni.
Venticinque anni fa si diceva che nulla sarebbe più stato come prima. Avevamo ragione. Ma forse la vera sconfitta dell’11 settembre è che, nel tentativo di combattere la paura, abbiamo finito per costruirci attorno una società che vive di paura.
E la domanda resta lì, inquietante: se per sentirci più sicuri dobbiamo rinunciare ogni giorno a una parte della nostra libertà, quanto siamo realmente lontani da ciò che volevamo combattere?
Francesco Mezzapelle