Manchette Tippi

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Misteridicittà/Sotto Mazara...niente? (Sotto la crosta Mazara crepa) II parte

Omicidio Garofalo cronacaIl mistero che Vi proponiamo oggi è legato ad un argomento preceden- temente affrontato nella stessa rubrica "Misteri di Città". Il legame è a corda intrecciata, vede protagoniste la mafia e la politica e richieste di risposte mai evase. Ma i tempi sono più recenti,

partiamo dalla seconda metà degli anni ’70, basta Vi giriate di poco per osservare che quell’Italia, appena uscita dal coinvolgente beat style ma non ancora entrata nel frenetico bit style, era caratterizzata da importanti cambiamenti socio-economici.

Come abbiamo più volte fatto, iniziamo a percorrere la nostra linea temporale con il supporto di testimonianze dell’epoca, spolveriamole e diamo loro voce per evitare che tutto venga sepolto dalla coltre dell’oblio.

La mattina di mercoledì 13 agosto 1975 il commerciante mazarese Antonino Garofalo, proprietario di una macelleria e di un forno in via Vittorio Veneto, si allontana da casa a bordo della sua mini minor. Il 20 agosto le forze dell’ordine arrestano quattro persone per il suo sequestro e probabile omicidio, sono di Mazara e Campobello, il 28enne bracciante Nicolò Mangiaracina, i fratelli Giovanni e Natale Lala, Leonardo Messina di 47 anni, che hanno portato al quinto e forse più importante fermo, quello del mazarese Giuseppe Gioia.
Garofalo è già conosciuto negli ambienti delle caserme che hanno un dossier su di lui e sui suoi legami con ambienti malavitosi, ed è proprio lì che si scava per venire a capo della vicenda della sua scomparsa, infatti gli arrestati sarebbero stati pescati all’interno dell’organizzazione che avrebbe deciso che ormai per Garofalo il tempo era scaduto, sorvegliato speciale visto il suo “massiccio intervento nel controllo delle attività dell’organizzazione che opererebbe nella cave di pietra gialla della zona”, ed è proprio in una di queste cave che si suppone si possa trovare il cadavere del commerciante.

Passano due giorni e salta fuori il cadavere sotto mille metri cubi di terra e cocci di tufo, la morte è sopraggiunta il giorno stesso della scomparsa, ma è solo il 22 alle 9 del mattino che i Vigili del fuoco di Mazara lo trovano dopo ore di scavi in una cava di tufo in contrada San Nicola (L’Unità menziona sia San Nicola che San Felice), il corpo è stato nascosto a morte sopraggiunta, a testimonianza di ciò la presenza di un foro di entrata e uno di uscita di un colpo di pistola e una ferita da corpo contundente.

A portare a San Nicola i vigili del fuoco e gli inquirenti nel cuore della notte, sono state le confessioni dei cinque fermati raccolte dal procuratore Vincenzo Paino. Gioia pregiudicato, con precedenti penali e denunciato per tentato omicidio e per gli attentati dinamitardi nelle cave del 1974, sarebbe stato l’esecutore del sequestro eseguito con il proprio camion, con la presenza o comunque in concerto con gli altri quattro.

Il controllo delle cave è stato il fulcro di parecchie storie del genere, Gioia era uno di quelli che dominava la scena, faceva il giro della cave, caricava i migliori cocci sul suo camion e se ne andava senza pagare, fino a quando si è trovato a vincere il contrasto con il concorrente Garofalo. Entrambi ai vertici, entrambi responsabili e referenti della zona, lo scontro come in un duello del far west, vide il suo mezzogiorno di fuoco in una concitata aspra e durissima discussione che terminò con un mattone in testa lanciato su Garofalo e il colpo di pistola alla tempia, e l’occultamento in un ambiente vitale per entrambi, Gioia si premunì di coprire due volte la tomba del collega con carichi di terra e detriti raccolti dal suo camion e dallo spazio antistante la cava.

Cava di tufoCave come pattumiere di rifiuti tossici. La questione del controllo delle cave rimanda ovviamente alla seria possibilità che alcune cave presenti nel territorio mazarese potessero essere utilizzate come “pattumiera” segreta per rifiuti tossici provenienti probabilmente dalla Penisola o da alcuni Paesi d’Europa. Molto probabile infatti che la criminalità organizzata, la mafia, abbia svenduto il territorio trapanese (vedi anche le inchieste di Mauro Rostagno) in cambio di armi e droga.

Della questione non se parla più da alcuni anni a questa parte. Il 7 dicembre 2009 nel blog del Comitato Cittadino Mazara venne lanciato un appello (http://comitatocittadinomazara.blogspot.it/ Rifiuti tossici nelle cave in disuso). Così si legge:

"Ma come si fa a sopportare la passività sulle emergenze? Sempre così a Mazara del Vallo, poi, quando il peggio è avvenuto, si grida, si cerca il colpevole e si fa a scarica barile. Amministratori e consiglieri dove eravate, dove siete adesso che nella vicina Marsala si agisce per indagare sulle piaghe di questo territorio? Quante volte si è dovuto dire che le cave tra Marsala e Mazara del Vallo nascondono scorie radioattive! Quanta gente deve ancora morire per accorgervi che "forse" qualcosa "dovete" fare! Dovete lavorare!
Siete pagati per questo. Come potete dormire la notte, sapendo che da voi dipende la salute dei cittadini? Se non siete capaci, studiate, se non capite ciò che studiate, fatevelo spiegare, ma non continuate, per favore, non continuate a chiedervi che cosa sta accadendo e chi mai l'ha fatto accadere.
Questo lo fanno i cittadini, voi dovete produrre atti. E, invece, convocate consigli comunali e provinciali nei quali vi mostrate sprovveduti e buoni solo a fare dichiarazioni di principio. Ma finiamola! I cittadini chiedono perché l'acqua è inquinata, chi l'ha inquinato, cosa si nasconde nelle cave, cos'altro attenta alla loro salute oltre ai nitrati. E chiedono soprattutto, anzi pretendono, perché è un loro diritto, l'eliminazione del pericolo. E voi non rispondete.
Il Comitato Cittadino per la Tutela delle Risorse Idriche e Ambientali del Territorio ha dovuto raccogliere 4.016 firme, nel lontano 1998, per bloccare l'insediamento di una mega-distilleria che avrebbe avvelenato terra, acqua e aria.
Nel 2007 ne ha raccolto 315 a sostegno dell'esposto-denuncia sull’”effetto nitrati" in falda. Nel mese di maggio di questo anno, ha avviato ancora una raccolta firme per contrastare un nuovo problema: la privatizzazione dell'acqua e sempre chiedere la soluzione del "problema nitrati" (ancora nulla è stato fatto). E sono 2000 le firme consegnate a luglio per la soluzione dei due problemi, dei quali non si sa quale sia il peggiore. Ma, insomma, cosa devono fare ancora questi cittadini?
È possibile che lavorino da assessori e consiglieri, mentre gli assessori e i consiglieri fanno i cittadini?”.

Sulla seria possibilità di una “terra dei fuochi” nel territorio mazarese calò un assordante silenzio della politica locale e ciò fino alla vigilia delle scorse elezioni ammnistrative, quelle che hanno portato alla rielezione del sindaco Nicola Cristaldi. Infatti il 7 maggio gli attivisti del M5S di Mazara del Vallo attraverso un esposto presentato alla Polizia chiesero di i porre in essere tutti gli adempimenti necessari al fine di tutelare il territorio. In data 5 maggio, un attivista del MoVimento sensibilizzato da un conoscente, si è recato nei pressi del pozzo denominato “Messina”, alle spalle del poligono di tiro a piattello (strada per Mazara 2), ed ha riscontrato la presenza di una cava, a pochi metri dal pozzo, con rifiuti di ogni genere: nello specifico amianto, plastica, ferro, vetro, sostanze chimiche non identificate. La discarca presumibilmente abusiva emanava odori nauseabondi e fumi dei fuochi accessi da ignoti. In pratica la spazzatura era stata data alle fiamme e ridotta in cenere. Alcuni abitanti della zona hanno dichiarato che la presenza dei fumi è costante da diversi anni. Per verificare se il pozzo denominato “Messina”, da cui presumibilmente si attinge acqua per il comune di Mazara del Vallo, essendo a pochi metri dalla discarica, probabilmente è inquinato dai rifiuti abbandonati che nel corso degli anni hanno rilasciato sostanze tossiche nelle falde acquifere, si è reputato di chiedere l’intervento degli organi competenti. Inoltre il pozzo in oggetto è in stato di totale degrado, vista l’assenza di recinzione, cancello inesistente, finestre, porte e saracinesche divelte o asportate. Tutto ciò ne consente l’accesso a chiunque. All’esposto fu allegata la copia di un DVD con all’interno un filmato realizzato sul posto nel pomeriggio del 5 maggio 2014 da cui si evince quanto rappresentato. “Noi del M5S –si leggeva in una successiva nota stampa- desideriamo sensibilizzare tutti i cittadini a prendere coscienza dell’importanza del preservare le risorse ambientali. Non ereditiamo la terra dai nostri avi, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli. Nostro è il dovere di restituirgliela. Noi in che condizioni stiamo lasciando ai nostri figli il territorio in cui viviamo e le risorse naturali di cui disponiamo? Occorre che tutti ci interroghiamo sul presente e sul futuro che desideriamo per noi e per le generazioni future”.

A spiegare le possibili “connections” fra mafia, politica e rifiuti tossici è un articolo del giornalista Rino Giacalone pubblicato il 4 agosto 2012 su www.isiciliani.it e dal titolo “La Gomorra di Cosa Nostra”. Ecco quanto si legge:

“Storie di aerei che atterrano nel buio della notte in aeroporti ufficialmente non più operativi. Storie di cave riempite da un giorno all’altro, e così sparite perché di colpo colmate di rifiuti di ogni genere facendo scomparire quelle voragini nel terreno sino a poco tempo addietro ben presenti. Storie di navi inghiottite dal mare, strani affondamenti.
Storie di morte, di giornalisti morti ammazzati perché avrebbero potuto rivelare i retroscena di alcune di queste storie, di donne e uomini colpiti da cancro. Storie mai completamente scritte, rimaste vere solo a metà, la presenza di rifiuti tossici non è leggenda, tutto avvenuto quasi che in modo preordinato qualcuno abbia deciso che di tutto questo non se ne dovesse parlare più di tanto.
Benvenuti a Trapani, la “Gomorra” di Cosa nostra.
Le storie. Cominciamo dall’ultima. Castelvetrano, quartiere Belvedere, rione fatto di tantissime case popolari. Una volta qui c’erano una serie di cave dalle quali si estraeva sabbia e tufo.
Un giornalista del luogo, Egidio Morici, “armato” di video camera ha immortalato tutto quello che si nasconde nelle viscere di questo quartiere. Il video ha fatto vedere fusti di olio con intestazioni in greco, altre con scritte ammonitrici, “pericoloso contiene mercurio”, il video ciò che non ha potuto rendere a chi lo ha visto è l’odore che c’è in queste “caverne”, lo dice lo stesso Morici, un olezzo incredibile, quasi da far venire il vomito.
Tempo addietro la cosa era stata segnalata alle autorità sanitarie, ma non accadde nulla. Oggi a capo di un comitato di cittadini per nulla intenzionato a demordere c’è un sacerdote, il parroco della chiesa del rione, don Baldassare Meli uno che certo non le manda a dire. “Abbiamo rappresentato il pericolo al Comune ci hanno risposto che faranno una azione di bonifica, mi chiedo come sia possibile parlare di bonifica senza sapere che genere di rifiuti ci stanno nel sottosuolo”.
Il rione Belvedere in questo momento è oggetto di una operazione di risanamento urbanistico, fondi stanziati per 6 milioni di euro. Proprio al di sopra della incredibile discarica sotterranea si dovrebbero realizzare impianti sportivi e per la collettività, “dovremo mandare i nostri figli a giocare sopra una polveriera ambientale” lamenta un abitante del quartiere, “non se ne parla nemmeno”.
Da Castelvetrano a Marsala. Anche qui altre cave, cave naturali, anfratti che fanno parte della geomorfologia del terreno. Sopra ci sono costruzioni. Abitazioni. Qui i ragazzi vengono a giocare, nascondigli perfetti. Qualcuno prima dei ragazzi però ha frequentato questi anfratti, e in qualcuno di questi basta affacciarsi all’entrata per avvertire un nauseabondo olezzo, qualche passo in avanti e si vedono strani fusti di colore celeste. Difficile continuare la ricerca per vedere cosa c’è dentro, la puzza è troppo forte, senza una maschera è impossibile entrare.
Qualche chilometro di distanza e ancora cave… cave dismesse di tufo. Ve ne sono a decine tra Marsala e Mazara… tante quelle dismesse… tantissime quelle “riempite”. Attorno ancora abitazioni, case di campagna. Chi abita qui racconta di improvvise morti, di strani decessi, di persone che stavano bene fino a poche settimane prima di morire, poi l’insorgere di tumori, molti di natura linfatica, e quindi la morte.
Cosa c’è dentro queste cave? Anche in questo caso esami e ricerche non hanno dato esito. «Da anni gli abitanti di quella fetta di territorio – dice il consigliere provinciale di Sel Ignazio Passalacqua – denunciano l’alto tasso di incidenza di tumori e l’altissima mortalità che ne deriva. Una zona in cui sono presenti falde acquifere di importanza rilevante. Per questo si è chiesto l’intervento del Consiglio nella sua interezza, dobbiamo insistere perché magistratura e forze dell’ordine, predispongano una nuova verifica sugli indici di radioattività presenti nelle aree in questione».
Ancora storie. C’è una voce che gira e vuole restare «anonima» al porto di Trapani, «anonima» perché riferisce di vicende non tanto scomode quanto «radioattive». Questa voce racconta di una nave che vent’anni addietro arrivò qui a Trapani a caricare marmo, ma partì con la stiva in parte vuota, o almeno così pareva fosse. Circostanza strana perché caricare una stiva di una nave in parte significa mettere a rischio la stessa capacità di galleggiamento durante la navigazione, soprattutto se si porta del marmo come succedeva in quel caso. Quella nave partì ugualmente da Trapani «a mezzo carico», cosa che la «voce» deduce perché secondo quanto ha saputo per la quantità di marmo imbarcata solo per una parte poteva essere stata stipata la stiva. Il racconto prosegue in modo preciso circa l’esito che ebbe quel viaggio, quella nave fuori Trapani finì col fare naufragio, e nemmeno c’era maltempo. Nessuno perse la vita, l’equipaggio riuscì a salvarsi.
In questi mesi, dopo che per una serie di indagini che si stanno svolgendo in Calabria si è tornato a parlare di navi cariche di rifiuti speciali e radioattivi fatte apposta naufragare – uno smaltimento illegale camuffato da incidenti in mare – a Trapani c’è chi si è ricordato anche di quella nave.
E’ una delle storie che i vecchi raccontano. Quello della motonave «Silenzio», 198 tonnellate, nave cargo, l’affondamento risale al 2 novembre del 1982, partita da Trapani doveva raggiungere Malta, di solito era usata per trasportare marmo, ma quando fece naufragio la stiva era vuota. Qualche similitudine con quel che si racconta al porto di Trapani la si trova nella cronaca striminzita di questo affondamento; impossibile dire se si tratti della stessa nave. Il naufragio della «Silenzio» avvenne ad est di Trapani su un fondale di 1250 metri. Tutti salvi i membri dell’equipaggio. Il nome della «Silenzio» è finito nell’elenco dei naufragi italiani sospetti, ma non è il solo che riguarda da vicino le nostre coste, c’è anche il nome di un’altra nave, la «Monte Pellegrino», affondata l’8 ottobre del 1984 al largo di San Vito Lo Capo, doveva raggiungere il porto di Palermo da Porto Empedocle, nave cargo di solito impiegata per trasportare sostanze chimiche o pomice.
La «Silenzio» e la «Monte Pellegrino» avrebbero potuto trasportare altro, qualcosa da non potere e dovere dichiarare, quando fecero naufragio, e per questa ragione sono finiti tra gli affondamenti sospetti. Al largo delle coste trapanesi non sono gli unici affondamenti strani. Ce ne sono altri, rimasti denunciati e però non accertati.
A proposito infatti di smaltimento criminale di rifiuti tossici, speciali, residui di materiale radioattivo, finiti in fondo al mare con le navi che li trasportavano illegalmente, in atti giudiziari si incrociano i nomi di due navi. Una è la «River», l’altra la «Dures», affondate vicino Trapani. Naufragi mai dichiarati, «navi fantasma», che però sarebbero venute ad affondare dalle nostre parti.
Scenario di tutto questo è Trapani con le sue commistioni, i crocevia tra la mafia e i settori «deviati» dello Stato – e la massoneria – che in altre circostanze sono emersi per i loro interessi in traffici di droga e di armi. Gli stessi scenari presenti in altre indagini, come quelle calabresi. Di traffico di scorie si sono occupati a Trapani gli stessi magistrati che hanno seguito le indagini sulla presenza di Gladio (la struttura segreta del Sismi nata in funzione di contrasto al possibile pericolo “comunista”). Scorie finite sepolte nelle nostre cave.
Pezzi dello Stato avrebbero trafficato con la mafia e con organizzazioni criminali a livello internazionale per smaltire illecitamente rifiuti tossici, in cambio di far transitare per gli stessi circuiti armi e droga. Nel caso trapanese si sarebbe trattato di un «patto» per fare continuare i traffici di droga e di armi che su quelle rotte si sviluppavano da decenni, prima ancora che arrivassero i rifiuti tossici da smaltire.
C’è un dato particolare che non va sottovalutato. Quella di una serie di rapporti che la mafia trapanese per tempo è riuscita a intavolare con soggetti del nord Africa e arabi, terminali di questi «commerci» illegali.
Contatti che secondo il pentito Nino Giuffrè, boss di Caccamo, e braccio destro prima della sua cattura del boss Bernardo Provenzano, erano nella disponibilità dei Messina Denaro di Castelvetrano, Francesco e Matteo, padre e figlio, il patriarca e il nuovo capo della mafia. Il primo morto nel ’98, l’altro latitante dal ’93.
I traffici di rifiuti speciali nel trapanese non sarebbero qui giunti solo per fermarsi dentro le cave di tufo dismesse nella zona tra Marsala e Mazara, come hanno raccontato il pentito Scavuzzo e il faccendiere Francesco Elmo; Trapani potrebbe essere stato un punto di transito, per far fare il salto verso la Somalia.
Questo traffico di scorie chimiche e radioattive si sarebbe svolto tra la metà degli anni ’80 sino al 1991/93, scorie chimiche che arrivavano trasportate da camion destinati a portare olii esausti, mentre quelle radioattive venivano trasportate su navi di diversa nazionalità.
Il pentito di Mazara del Vallo Vincenzo Sinacori ha parlato ai pm di Palermo di armi e rifiuti tossici. Era il 1985, ricorda l’ex boss di Mazara, e le armi arrivarono a Marsala. Era l’epoca in cui tra Marsala e Mazara stavano nascosti i latitanti più importanti di Cosa nostra, come Totò Riina, erano gli anni in cui sono spariti, inghiottiti da lupare bianche, i vecchi boss trapanesi, uccisi dai corleonesi perché di loro non si fidavano abbastanza. Un traffico di armi, un altro di scorie e rifiuti tossici, fatti con la complicità di pezzi dello Stato potrebbe giustificare la necessità di essere attorniati da chi sapeva mantenere il silenzio.
Sinacori racconta del traffico di armi e ricorda che di mezzo c’era anche quello di rifiuti tossici, ma in questo caso i rifiuti non arrivavano a Trapani, ma semmai da Trapani partivano. “Erano rifiuti che provenivano dagli ospedali”. Invece di smaltirli davvero li facevano sparire. Erano le imprese della mafia a gestire questi appalti, facevano in modo che risultassero regolari smaltimenti, ma quei rifiuti non finivano nei centri autorizzati: “Per quello che ne ho saputo questi carichi finivano in Umbria” ha detto Sinacori. Ha aggiunto di non conoscere particolari approfonditi ma di averne sentito parlare durante quelle sue “passeggiate” con don Ciccio ‘u muraturi’ ".

Francesco Mezzapelle
Rosa Maria Alfieri

10-01-2016 14,30

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