Manchette Tippi

Manchette Tippi

Misteridicittà/ Quelle "grazie" forse cadute nell’oblio.

MisteroMadonnaGrazieLa storia che Vi proponiamo oggi vede la sua origine in un misterioso viaggio a San Filippo di Agira, nei pressi di Enna, e in un altrettanto misterioso incontro. Il viaggiatore era il mazarese Filippo Cavalca, siamo nel giugno del 1620, un periodo che ancora non avevamo esplorato nel nostro vagare attraverso il tempo e i misteri, servirà uno sforzo di immaginazione più ingente.

Era il tempo in cui la Sicilia era sotto il controllo spagnolo, con a capo il Re Filippo III, che in quel suo ultimo anno dovette fare i conti con un progressivo impoverimento di tutte le periferie contadine, forse anche a causa delle varie campagne di conquista che il più delle volte non portarono che a fallimenti, era appena terminata l’operazione della cacciata dei moriscos verso i loro territori principali, Tunisia e Marocco, era quello l’anno della battaglia della montagna bianca, l’ultima vittoria sul campo per il re. Nel frattempo imperversavano lotte interne sia a palazzo che nelle periferie del regno, e congiure, che altro non facevano che distogliere lo sguardo dalle necessità che un così vasto regno chiedeva, e così tra guerre e malattie si andava chiudendo un periodo della dominazione spagnola (che terminerà nel 1713) che di certo non fu tra i più felicemente ricordati.

“Zoomando” nel nostro territorio si può trovare quello che probabilmente, chi ci conosce a fondo, ha già visualizzato, il cambiamento fu forse solo nelle decorazioni che adornavano torri e armature, la vita e i protagonisti del quotidiano erano quasi immuni alle varie e variopinte successioni, e il nostro signor Cavalca poteva vedere durante il suo lungo viaggio quello che avrebbe comunque visto a prescindere l’idioma del re, estesi pascoli, immensi campi coltivati a ulivi, vigne e agrumi che si ripetevano di feudo in feudo.

La strada maestra battuta da truppe a cavallo che portavano rinforzi o messaggi, carretti e carri cigolanti di chi era dedito al commercio e da lui che, in quanto vetturino, si trovò a rispondere a quella misteriosa chiamata di quella donna di un luogo tanto lontano, chissà quali domande sorgevano tra i suoi pensieri, e quale stupore nel vedere quella donna sola che con fare non comune gli consegnò una tela, un dipinto che raffigurava una Madonna, “Questa Madonna deve essere posta fuori dalle mura della tua città, di fronte alla Porta Palermo”. Quella porta si apriva proprio verso la strada che conduceva al capoluogo.
Di chi fosse il dipinto e quale il motivo di questa richiesta non gli fu comunicato, senza nemmeno rendersene conto lo prese e con un cenno di assenso si voltò e riprese la lunga marcia per tornare a casa.

La perplessità del viaggio di ritorno sostituì l’iniziale curiosità, alla quale si affiancò quella della devotissima moglie Caterina quando, una volta a casa, le raccontò tutta la sua avventura. Insieme decisero di conservare l’opera in una cassapanca in attesa di una qualche illuminazione che li avrebbe portati a decidere sul da farsi.

Ma un giorno, come un aiuto o un segno, qualcuno bussò alla loro porta, era una vecchia donna che chiedeva l’elemosina, al tempo erano molto comuni i mendicanti visto l’alto tasso di povertà. La vecchietta si reggeva in piedi grazie a dei supporti usati come stampelle, la signora Caterina, mossa a pietà la fece accomodare dentro casa, sulla cassapanca che risultava prossima alla porta. In pochi istanti avvenne qualcosa che avrebbe avuto ripercussioni su tutta la città ma in particolare nella vita dell’anziana donna.
Infatti come se spinta da un’improvvisa scarica l’anziana sentì convogliare nelle sue membra una forza vitale ormai dimenticata, riuscì a sollevarsi e reggersi in piedi sulle sue gambe, sorretta da un miracoloso vigore, e fu proprio al miracolo che si urlò in quella casa.
Mentre le donne euforiche gioivano, il signor Filippo, gli occhi puntati sulla cassapanca, iniziò a pensare che forse il mistero di quel quadro si era manifestato attraverso quella guarigione per spingerlo a compiere la sua missione.

Il quadro doveva avere la notorietà che gli era destinata, così si diffuse per le strade polverose della città l’evento miracoloso legato a quel dipinto, fu una dolce brezza di speranza per la popolazione dominata dalla cattolicissima Spagna.

Il vicario dell’epoca, il Monsignor Francesco Elia raccolse i desideri e le somme donate dalla popolazione affinché quel quadro avesse il giusto risalto e loro un posto dove poterlo contemplare. Si realizzò forse con più magnificenza di quella chiesta dalla misteriosa donna di San Filippo di Agira, il destino della Madonna dipinta.

Venne costruita, dopo appena un mese dall’evento miracoloso, un’edicola votiva di tre metri per cinque nei pressi della periferica Porta Palermo, come a proteggere i cittadini che si mettevano in cammino e la città da chi volesse entrare, quasi fosse un monito, Mazara è sotto la mia protezione! Il 12 luglio tutta la città festeggiò ufficialmente l’inaugurazione di quel sito con colpi di cannone e gioiose iniziative ludiche in voga durante i momenti festosi cittadini.

Con il passare del tempo quell’edicola si andava sempre più arricchendo di ex voto tanto che da edicola votiva divenne tempietto, ma un altro evento a distanza di quattro anni accrebbe ancora di più la miracolosità de quella Madonna che ormai era per tutti La Madonna delle Grazie. Il 24 luglio del 1624 infatti, alla vigilia della giornata istituita a festa di quella Madonna, nel monastero di San Michele ci fu un crollo che coinvolse il dormitorio e la volta, ma miracolosamente nessuna delle monache si ferì.

In seguito a questo avvenimento, forse a protezione di quel luogo che la Madonna aveva scelto di proteggere, il vicario generale Francesco Elia decise di porre il quadro proprio nel dormitorio che fu riedificato corredandolo di un’iscrizione in volgare.
Le donazioni conservate nella chiesa della Madonna della Porta, purtroppo andarono perdute durante la ritirata degli spagnoli intorno all’anno 1718, forse per evitare che finissero in mani asburgiche.

Ma la popolazione restò fedele e chiese infatti che divenisse anche un punto di riferimento quotidiano con l’installazione, che avvenne nel 1898, di uno dei primi orologi pubblici che la Sicilia poteva vantare, quello che era collocato fin dal 1451 sulla torre dell’orologio del Piano Maggiore, era meccanico e collegato con una campana che rintoccava scandendo le ore.

Andando avanti nei secoli, fu nel 1900 grazie all’intercessione del suo rettore, Ignazio Manno, che la chiesa venne trasformata in quella che possiamo vedere oggi e il 19 febbraio del 1911 il Vescovo Nicolò Maria Audino la consacrò parrocchia.

Mazara non abbandonò mai la venerazione a quella Madonna così tanto generosa, numerosa era la partecipazione alle processioni, dal libro del concittadino Dott. Enzo Gancitano, dal quale questo mistero di oggi prende spunto, possiamo leggere una preghiera dell’epoca che si soleva rivolgere per chiedere una grazia:

"Rigina di lu cielu e Divina Maistà,
‘na razia V’addumannu, facitimilla, pi carità.
Fammilla tu, o Maria, e fammilla pi pietà,
pi li doni chi ricivisti di la Santissima Trinità,
calà l’ancilu di lu celu e Ti vinni a visitari.
Ti salutu, Matri mia, cu ‘na santa Avimmaria".

Oggi sembra invece scemato tutto quel gioioso entusiasmo, quella fede piena di speranza che come molte delle cose che investono la nostra società si ritrovano ad avere un epilogo troppo spesso non meritato, ma dove non c’è la forza economica o burocratica per ovviare alle problematiche che anche la Chiesa si trova a sbrigliare forse solo la forza dell’unione della volontà cittadina potrebbe provare a risolvere per ridare il destinato risalto ad un “semplice” quadro venuto fuori dalle nebbie che avvolgono i nostri misteri.

(Foto presente nel libro “Come foglie al vento – Sotto il cielo di Mazara” del Dott. Enzo Gancitano, correlata al capitolo “A porta sbarrata” )

Rosa Maria Alfieri 

08-11-2015

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